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L’informazione italiana si è trasformata – da anni – in un dialogo tra giornalisti che si intervistano a vicenda, sempre gli stessi – a rotazione – rinunciando alla ricerca delle fonti reali. Così il giornalismo perde la sua funzione di servizio e diventa spettacolo autoreferenziale, svuotato di contenuto.
Il giornalismo che parla solo con sé stesso: la crisi dell’informazione autoreferenziale
C’è un vizio sempre più radicato nell’informazione italiana: quello dei giornalisti che intervistano altri giornalisti. È un fenomeno che scorre davanti ai nostri occhi ogni sera, nei talk show, nei telegiornali, nei programmi di approfondimento, persino nei social network, dove le opinioni si moltiplicano e si citano a vicenda in un gioco di specchi senza fine.
Invece di rivolgersi a chi studia, lavora o conosce davvero un argomento, molti conduttori preferiscono invitare un collega di “scuderia” o un volto noto del piccolo schermo. Il risultato è un dialogo sterile, autoreferenziale e prevedibile, che scambia la competenza con la visibilità, la conoscenza con la popolarità e la profondità con la rapidità di battuta. Così l’informazione diventa un riflesso di sé stessa, priva di prospettive nuove e di autentico contenuto.
Questa abitudine non nasce da semplice superficialità, ma da un meccanismo più profondo, radicato negli apparati editoriali che tendono a riprodurre sempre le stesse voci e a difendere linee narrative già decise a monte.
In questo modo, il giornalista smette di essere un intermediario critico per diventare un portavoce di cornici interpretative preconfezionate. Il risultato è un’informazione omologata, dove le differenze tra notizia, opinione e commento si dissolvono, e lo spazio del dubbio o dell’indagine indipendente viene progressivamente ridotto.
Il pubblico, infatti, non sa più distinguere tra notizia e opinione: tutto diventa commento, chiacchiera, impressione.
L’informazione perde così la sua funzione originaria — quella di servire la verità e orientare il cittadino — per trasformarsi in intrattenimento, in un rituale autoreferenziale che parla di sé invece che del mondo.
Il giornalismo come servizio, non come spettacolo
Il vero giornalismo non è un palcoscenico, ma un servizio. Il suo compito non è illuminare chi lo esercita, bensì ciò che racconta. Significa cercare chi conosce davvero un fenomeno, far parlare chi ne ha esperienza diretta: lo scienziato che studia il clima, l’operaio che vive la crisi industriale, l’insegnante che affronta la scuola ogni giorno.
Quando invece un conduttore invita un collega a commentare un tema economico o sanitario, compie un doppio tradimento: verso la verità dei fatti e verso la missione stessa dell’informazione.
È come commentare un libro leggendo la recensione invece del testo.
L’illusione della competenza e la crisi della fiducia
Il giornalista non è un esperto di economia, di scienza o di diritto: è uno specialista del linguaggio, un mediatore che traduce e rende accessibili i saperi altrui. Quando dimentica questo ruolo e finge di sostituirsi agli studiosi, la sua voce perde valore.
È la forma più grave di decadenza: l’informazione che si autoalimenta, si cita e si replica, fino a non avere più nulla da dire.
Per restituire credibilità al giornalismo non servono slogan, ma una disciplina rigorosa del mestiere: cercare le fonti dirette, verificare i dati, ascoltare chi conosce davvero i temi trattati, accettando anche ciò che contraddice le proprie convinzioni.
Intervistare un altro giornalista dovrebbe restare un caso circoscritto, utile solo quando il collega è parte della notizia o testimone di un fatto.
L’informazione torna viva e affidabile solo quando esce dalla propria bolla e ricomincia a esplorare la realtà, invece di commentarla all’infinito.

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