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Meloni sfida la Spagna su Schengen invocando la linea dura sui migranti: Madrid risponde con la reciprocità, Berlino riapre i respingimenti Dublino verso Roma. L’Italia, terra di transito, resta incastrata nella propria propaganda. A pagare, primo caso documentato, una ventiduenne somala separata dalla madre.
Meloni, la sceriffa dei confini altrui che ha murato i propri
Il 19 agosto Abdirisaq Warsame, ventidue anni, somala, verrà prelevata dalla polizia tedesca in un centro d’accoglienza bavarese e rimandata in Italia, mentre a poche decine di chilometri di distanza, a Niederwerrn, vivono sua madre e suo fratello. Il motivo tecnico è il regolamento di Dublino: l’Italia resta il “primo Paese d’ingresso” e su questo dato burocratico si fonda il rimpatrio. Il motivo politico, meno tecnico e assai più scomodo per Palazzo Chigi, è che il cancelliere Friedrich Merz ha riesumato i respingimenti verso Roma proprio mentre Roma predicava fermezza sui confini altrui. La coincidenza non è casuale: è l’esito prevedibile di una strategia che ha scambiato la propaganda per geopolitica.
Ripercorriamo i fatti senza sconti. Il governo italiano ha deciso di intestarsi una crisi diplomatica con la Spagna, imputando al governo Sanchez la colpa di aver regolarizzato migranti già presenti sul proprio territorio e in possesso dei requisiti previsti dalla legge spagnola. Da lì la sospensione unilaterale delle garanzie di libera circolazione previste dal Codice Frontiere Schengen, presentata come segnale di “linea dura” a beneficio del consenso interno.
Chi conosce anche superficialmente il diritto internazionale sa cosa succede quando un firmatario di un trattato multilaterale ne sospende unilateralmente l’applicazione verso un partner: l’altro Stato è legittimato a rispondere con misure equivalenti, secondo il principio di reciprocità che qualunque manuale di diritto internazionale insegna al primo anno. Madrid ha risposto. Berlino, che aspettava solo un pretesto per placare l’ansia da sorpasso di AfD nei sondaggi, ha fatto lo stesso, riattivando i trasferimenti Dublino verso l’Italia. Il governo Meloni che si voleva paladino della sovranità nazionale si è ritrovato, in poche settimane, relegato al ruolo di terminale di flussi che non controlla più, né in entrata né in uscita.
Il calcolo che non torna: la funzione di transito negata
Qui sta l’errore strutturale, non solo tattico, dell’impostazione meloniana: l’Italia non è, e non è mai stata, il punto d’arrivo della maggioranza dei migranti che sbarcano sulle sue coste. È un territorio di passaggio verso il Nord Europa, dove le reti familiari e comunitarie sono più consolidate e le prospettive di integrazione più solide. Irrigidire il perimetro Schengen, invocare la fine della libera circolazione interna, significa sabotare l’unica valvola di sfogo che ha finora impedito al sistema di accoglienza italiano di collassare su se stesso.
Se i confini interni si chiudono, chi arriva a Lampedusa o a Crotone non prosegue più verso Monaco o Amburgo: resta bloccato qui, con tutto il carico amministrativo, logistico e sociale che questo comporta. Meloni ha giocato a fare la sceriffa dei confini altrui e ha finito per murare i propri.
Sul piano retorico, poi, si è consumato un piccolo capolavoro di ipocrisia: la stessa maggioranza che per anni ha invocato la solidarietà europea sulla redistribuzione dei migranti si scandalizza oggi perché uno Stato membro applica, nei suoi confronti, esattamente il principio di reciprocità che Roma stessa ha innescato. Bollare come “ricatto” una risposta simmetrica prevista dal diritto dei trattati non è un’analisi geopolitica: è un cortocircuito propagandistico che scambia il tu quoque per un’aggressione.
Il prezzo pagato da chi non ha voce in nessun palazzo
Ma il dato più cinico di questa vicenda non è diplomatico, è umano. Abdirisaq Warsame non è una variabile di un negoziato tra cancellerie: è una ragazza fuggita da un padre violento e da un matrimonio combinato, che ha attraversato il Mediterraneo per ricongiungersi all’unica famiglia che le resta.
La sua sorte, tra pochi giorni, dipenderà da un cavillo amministrativo generato da una crisi diplomatica che il governo italiano ha cercato attivamente, per calcolo elettorale, sapendo — o dovendo sapere — quali ingranaggi avrebbe messo in moto. Quando la politica riduce le persone a strumenti di consenso, il conto arriva sempre, ma non lo pagano mai coloro che l’hanno emesso: lo pagano Abdirisaq e chi come lei si è trovata, per un dettaglio geografico, nel punto sbagliato di un continente che continua a preferire gli slogan alle regole che si è dato.

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