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La concezione secondo cui solo un “approccio clausewitziano” è in grado di spiegare il rapporto tra il Politico e la guerra è sempre più diffusa e centrale nell’analisi geopolitca. Ma di cosa parliamo concretamente?
La geopolitica e l’approccio clausewitziano
Negli studi geopolitici, si sta affermando sempre più l’idea che solo un “approccio clausewitziano” possa spiegare adeguatamente il rapporto tra politica e guerra.
Questa concezione, basata sugli scritti di Carl von Clausewitz, è diventata un punto centrale nel dibattito internazionale, soprattutto quando si cerca di comprendere come le nazioni utilizzano la guerra come strumento della politica.
Uno dei temi principali è se la geopolitica possa essere considerata una vera e propria scienza. La risposta dipende da cosa si intende per “scienza”.
Negli Stati Uniti, ad esempio, è comune parlare di “teoria delle relazioni internazionali”, un campo di studio che ha dimostrato in diverse occasioni di saper non solo spiegare aspetti cruciali della politica internazionale, ma anche di prevederne i futuri sviluppi.
Tuttavia, resta ancora dibattuto se tale teoria possa essere classificata come una scienza nel senso più stretto del termine.
Cos’è l’approccio clausewitziano?
Nonostante le differenze di vedute, si sta diffondendo l’idea che solo un “approccio clausewitziano” sia in grado di fornire una spiegazione adeguata del rapporto tra il Politico e la guerra.
Come sottolineato dai numerosi fallimenti politico-militari degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, questi insuccessi non derivano da una mancanza di forza militare, ma dall’incapacità di far sì che la guerra fosse una prosecuzione efficace della politica con altri mezzi.
Questo fallimento non implica che l’obiettivo clausewitziano sia diventato impossibile da raggiungere, ma piuttosto che esso sia realizzabile solo in casi particolari, quando l’obiettivo politico può essere conseguito rapidamente e in modo pieno.
In un’epoca in cui le questioni politiche sono spesso complicate da fattori storici e culturali, risolvere questi problemi tramite l’uso della forza militare diventa sempre più difficile.
Nell’era della tecnoscienza, la migliore strategia politica potrebbe non essere l’azione immediata, ma piuttosto l’individuazione e il rafforzamento di quelle “tendenze” di medio e lungo termine che indeboliscono il nemico.
In altre parole, invece di “forzare la mano”, si dovrebbe lasciare che queste tendenze agiscano gradualmente, in modo che la “punta distruttiva” del nemico si rivolga contro di lui. Questo concetto è noto nel pensiero greco come enantiodromia, ossia una “corsa verso l’opposto”.
L’agire senza agire: il modello cinese
Questa strategia di “agire senza agire”, che nel pensiero cinese taoista viene chiamata wei wu wei, sembra essere oggi il metodo preferito dalla Cina per contrastare l’egemonia occidentale.
Non combattere è la regola fondamentale della Grande Strategia cinese (e non è il caso di riferirsi a Sun Tzu). O meglio, per l’appunto, “non agire”, tuttavia, ed allo stesso tempo, in modo che alla fine “niente non sia fatto” (er wu bu wei).
I cinesi non combatteranno mai per dominare (se non costretti), lasceranno che tutto, per la sua propensione, si trasformi (hua).
Una strategia che, almeno per il momento, si è dimostrata efficace nel panorama geopolitico internazionale.

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