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L’Italia è prima in Europa per debito pubblico (oltre il 137%) e ultima per crescita (0,5%). Mentre Giorgetti stanzia 22 miliardi per il riarmo invocando il “dovere”, il manifatturiero arretra e le famiglie a basso reddito registrano risparmio negativo.
Italia prima per debito, ultima per crescita: il “dovere” secondo Giorgetti è finanziare le armi, non gli stipendi
I numeri, quando li si lascia parlare senza filtri propagandistici, raccontano una storia impietosa. L’Italia guida la classifica europea del debito pubblico, ormai oltre il 137% del PIL e ancora in salita, mentre chiude quella della crescita, ferma allo 0,5%: dati confermati sia dalla Commissione europea sia dall’OCSE, difficilmente contestabili come propaganda avversaria. Il governo Meloni continuerà a spremere il paese senza riuscire a intaccare seriamente il debito, la sanità pubblica proseguirà il proprio definanziamento strutturale, la povertà resta ancorata ai massimi storici, i salari restano fermi mentre l’inflazione nell’Eurozona torna a salire al 3,2%.
Una situazione che diventa sempre più difficile da mascherare dietro la consueta narrazione della manovra diversiva, questa volta innescata dalla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran: i circa tredici miliardi concessi da Bruxelles per l’energia nel prossimo triennio finiranno per produrre l’esatto opposto di quanto l’esecutivo avrebbe voluto, destinando risorse a bonus per la transizione energetica e per gli investimenti nelle reti elettriche — il contrario preciso di quanto richiesto da Confindustria, protagonista negli ultimi anni di un asse marcatamente pro-fossile con Palazzo Chigi.
Il dovere secondo Giorgetti: ventidue miliardi per le armi
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha scelto, in un intervento parlamentare di pochi giorni fa, di evocare il concetto di dovere per giustificare l’investimento di ulteriori 21,7 miliardi di euro destinati al riarmo. Parole che meritano di essere ricordate testualmente, per la loro capacità di sintetizzare l’intera filosofia dell’esecutivo: sarà anche impopolare e difficile, ha detto Giorgetti, ma dal dovere non ci si scansa, non si scappa, non si diserta. Verrebbe da chiedere, con la stessa serietà retorica: disertori da cosa, esattamente?
A guardare i dati ISTAT sulla produzione industriale diffusi in questi giorni, e quelli della Banca Centrale Europea sul caro energia che erode i risparmi di famiglie con salari fermi al palo da anni, il vero dovere di un governo responsabile suonerebbe piuttosto diverso: affrontare la crisi industriale, sociale e climatica in corso, non finanziare nuovo debito per rifinanziare lobby militari e relativi superprofitti mentre si smantella pezzo dopo pezzo il welfare pubblico e si aumentano le tasse per compensare il drenaggio fiscale.
A questo si aggiungono altri quattordici miliardi di euro etichettati come spesa per la “sicurezza energetica”, da erogare tra il 2027 e il 2028 in un paese che ha dimostrato, negli ultimi cinque anni, di non riuscire nemmeno a impiegare pienamente i fondi del PNRR: pensare che riesca a gestirne di nuovi in appena due anni richiede un ottimismo che i dati economici non giustificano in alcun modo.
Manifatturiero al collasso, famiglie a reddito basso in territorio negativo
I numeri ISTAT diffusi ieri fotografano un apparato produttivo in evidente sofferenza: calo mensile dell’1% nella produzione industriale complessiva, contrazione dello 0,7% nei beni di consumo — settimo mese consecutivo di flessione — e crollo del 2,1% nella produzione di macchinari, indicatore particolarmente rilevante perché segnala le aspettative reali delle imprese sul proprio futuro.
Il settore tessile arretra addirittura del 7,1%, comparto che include abbigliamento, pelletteria e accessori e dà lavoro a migliaia di piccole imprese diffuse su tutto il territorio nazionale. Non mancano segnali positivi isolati, va detto per completezza: l’elettronica cresce del 4,5% e l’automotive segna un +3,2%, il risultato migliore dal primo semestre 2023, merito secondo la Filiera Industria Automobilistica dell’ecobonus per i veicoli commerciali leggeri a basse emissioni, con 302mila autoveicoli immatricolati, il 13,4% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ma la CNA non usa mezzi termini nel giudicare il quadro complessivo: il sistema manifatturiero non ha ancora imboccato alcun percorso stabile di crescita, e i dati confermano un calo pressoché costante da quando l’esecutivo Meloni è entrato in carica nel 2022.
C’è l’intreccio tra due crisi distinte che si sommano pericolosamente: quella strutturale di un paese che ha rinunciato a una vera politica industriale da quarant’anni, non investe e continua a scaricare il costo della ricchezza concentrata di pochi sui salari della maggioranza; e quella congiunturale, innescata dalla guerra di Trump contro l’Iran, che ha fatto lievitare i prezzi dell’energia tagliando drasticamente le gambe ai redditi disponibili — effetto ben visibile nel calo persistente dei beni di consumo.
Il bollettino economico della Banca Centrale Europea conferma la dimensione della sofferenza: la spesa per bollette e carburanti assorbe il 9% del bilancio mensile delle famiglie a basso reddito, contro una media generale del 5,5%. Prive di riserve finanziarie su cui contare, queste fasce sociali registrano un tasso di risparmio negativo, pari a -5,8%, perdendo potere d’acquisto in modo continuativo a causa dell’inflazione persistente e dell’assenza di rinnovi contrattuali adeguati ai prezzi reali.
Sono esattamente i problemi che l’esecutivo in carica non ha affrontato, né sembra intenzionato ad affrontare nel breve periodo: forse, verrebbe da concludere con la stessa ironia amara evocata dal senso del dovere ministeriale, perché quel dovere riguarda tutto tranne che riconoscere chi, in questi anni, ha effettivamente perso i propri diritti economici e sociali.

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