La difesa a intermittenza: come Crosetto gestisce (male) il fronte mediorientale

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In un solo giorno Crosetto chiede autonomia dall’UE nel Mar Rosso e poi rinforzi all’UE, mentre emerge che una task force di 400 militari in Arabia Saudita è rimasta segreta per mesi. Il fronte mediorientale del governo italiano tra proclami e retromarce.

Autonomi il martedì, in ginocchio da Kallas il mercoledì: il metodo Crosetto

Appena qualche giorno fa, il 17 settembre, dal palco del forum “Risorsa Mare” a La Spezia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato una svolta: l’Italia non avrebbe più aspettato i tempi decisionali della missione europea Aspides per scortare i propri mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb. Parole sue: “Abbiamo deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides a stabilire se le navi possono passare o meno”. Ventiquattro ore dopo, il 18 settembre, la fregata Carlo Bergamini scortava effettivamente il mercantile Jolly Oro attraverso lo stretto, su richiesta dell’armatore Ignazio Messina & C. Fin qui, una linea coerente: sovranità operativa, decisione nazionale, tempismo.

Peccato che lo stesso 18 settembre, poche ore dopo, lo stesso Crosetto scrivesse una lettera all’Alta rappresentante Kaja Kallas chiedendo all’Unione europea di inviare più navi per rinforzare proprio quella missione Aspides da cui, il giorno prima, aveva annunciato l’emancipazione. Si chiama, tecnicamente, contraddirsi in ventiquattr’ore. Nel linguaggio ministeriale si chiama invece “flessibilità operativa”.

Sovranisti col guinzaglio corto

Il combinato disposto delle due mosse racconta che da un lato c’è la retorica dell’autonomia nazionale, utile a intestarsi il merito quando la Bergamini scorta una nave italiana senza intoppi. Dall’altro la richiesta di soccorso a Bruxelles nel momento in cui la realtà del Mar Rosso, dieci mercantili italiani in coda a Gibuti in attesa di protezione, un dispositivo di appena cento militari a terra, si rivela più complicata degli annunci da convegno.

È la stessa postura, del resto, con cui questo governo affronta l’intero teatro mediorientale: proclami sovranisti quando il rischio sembra lontano, telefonate accorate a Kallas quando il rischio bussa alla porta. Nessuno pretende coerenza filosofica da un ministero della Difesa, ma un minimo di allineamento tra ciò che si dichiara di martedì e ciò che si chiede di mercoledì sarebbe, forse, il requisito minimo per non fare la figura del bullo di cortile che invoca i grandi appena arriva la mazzata.

Il velivolo colpito e la memoria corta

La mazzata, in questo caso, è arrivata puntualmente lo stesso 18 settembre, quando un velivolo italiano è stato colpito all’interno della base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita, teatro di ripetuti attacchi nelle ore precedenti. Crosetto ha precisato che nessun militare italiano risultava coinvolto e ha annunciato una “nuova valutazione sulle possibili opzioni operative” sul contingente presente sul posto.

Fin qui la gestione dell’emergenza. Il problema è capire di quale contingente si stia parlando, perché la sua esistenza è stata resa pubblica solo il 31 luglio 2026, quando il giornalista Fausto Biloslavo ha rivelato l’operazione sul Giornale costringendo il ministero a confermarla con una nota sul proprio sito. Si tratta della Task Force Air-Arabia, circa quattrocento militari dell’Aeronautica schierati tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati fin dalla seconda metà di marzo, equipaggiati con Eurofighter, batterie Samp-T, sistemi anti-drone e il velivolo radar E-550A CAEW, quello che nel gergo giornalistico si è tradotto felicemente in “radar volante”.

Quattro mesi di operatività totale, zero comunicazioni al Parlamento, opposizioni all’oscuro fino a quando un articolo di giornale ha reso indifendibile il silenzio. Pd, M5s e Avs hanno chiesto allora, e chiedono ancora oggi dopo l’attacco a Ta’if, che Crosetto riferisca alle Camere su obiettivi e rischi della missione. Il ministero, dal canto suo, ha replicato che le informazioni erano “già pubbliche e disponibili”, il che è tecnicamente vero nello stesso senso in cui è pubblica una clausola scritta in corpo sei su una pagina web che nessuno visita.

Quello che emerge, incrociando i due episodi dello stesso giorno, non è un errore isolato ma un metodo. Si schierano assetti militari in un teatro ad alto rischio senza informare il Parlamento finché la stampa non lo impone. Si annuncia autonomia strategica dal quadro europeo salvo chiedere immediatamente rinforzi allo stesso quadro appena la situazione si complica.

Si scoprono i rischi di un fronte, quello yemenita, che chiunque segua la cronaca mediorientale conosce da almeno due anni, proprio nel momento in cui un velivolo nazionale finisce sotto tiro. Non serve invocare complotti o strategie occulte per spiegare questa gestione: basta la più banale delle spiegazioni, l’improvvisazione mascherata da fermezza, che funziona benissimo nei comunicati stampa e malissimo quando le bombe, come inevitabile, iniziano a cadere davvero vicino.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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