Il neoliberismo è la malattia spirituale della civiltà del petrolio

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Il neoliberismo non è solo economia: è una malattia dello spirito. Una visione predatoria del mondo che trasforma la Terra in bottino. Segui il denaro, le rotte energetiche, le infrastrutture globali: sotto la geopolitica riaffiora la stessa verità inquietante. Il nostro progresso nasce dalla decomposizione — e continua a nutrirsene.

Il neoliberismo come malattia dello spirito

Per anni abbiamo discusso il neoliberismo come se fosse un modello economico tra gli altri: una teoria, una dottrina, una grammatica di politiche pubbliche fatta di privatizzazioni, deregulation e libero mercato. Lo si è analizzato con grafici, indicatori macroeconomici e dispute accademiche. Ma forse il punto è proprio questo: abbiamo cercato di interpretarlo come un sistema razionale quando in realtà è soprattutto una forma di psicologia collettiva.

Il neoliberismo non nasce da un calcolo neutrale sul funzionamento dei mercati. Nasce da una visione del mondo. Prima ancora che un’ideologia, è un modo di percepire l’esistenza: una disposizione dell’animo. I capitalisti rapaci che dominano l’economia globale non diventano neoliberisti perché leggono manuali di economia politica. Al contrario: leggono quei manuali perché già vedono il mondo in quel modo.

Se la terra è una torta, non si pongono la domanda su come dividerla. Vogliono semplicemente prenderla. In questo senso il neoliberismo non è un programma politico: è una patologia dello spirito. Un’interpretazione aggressiva della vita che trasforma ogni relazione in competizione e ogni risorsa in bottino. E quando questa visione si impadronisce delle istituzioni, la geopolitica diventa la sua naturale estensione.

Il denaro come cartografia del potere

C’è un principio molto semplice che attraversa tutta la storia moderna: se vuoi capire davvero la politica internazionale, segui il denaro. Gli accordi commerciali, i corridoi energetici, le grandi infrastrutture non sono semplici strumenti economici. Sono le arterie profonde attraverso cui scorre il potere. La geopolitica è, in larga parte, la lotta per controllare queste arterie.

Negli ultimi vent’anni questo processo è diventato sempre più evidente. La Belt and Road Initiative cinese – la cosiddetta Nuova Via della Seta – è l’esempio più lampante: una gigantesca rete di porti, ferrovie, oleodotti e hub logistici che attraversa Eurasia, Africa e Medio Oriente. Non è soltanto un progetto commerciale. È un modo per ridisegnare la mappa del potere globale. Lo stesso vale per i BRICS, l’alleanza economica tra economie emergenti che tenta di costruire circuiti finanziari alternativi all’egemonia del dollaro. L

L’Occidente ha costruito le sue “vie della seta”: Global Gateway europeo, il piano infrastrutturale del G7 e il corridoio India-Medio Oriente-Europa. Strade, porti, cavi, energia. Non solo commercio: mappe del dominio. Perché chi controlla le infrastrutture controlla il flusso del denaro. E chi controlla il denaro decide la geopolitica. Sono tentativi di redistribuire flussi di ricchezza a proprio vantaggio.

Gli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno reagito con una strategia che mescola economia e coercizione: sanzioni finanziarie, controllo delle tecnologie strategiche, ridefinizione delle catene produttive e, quando necessario, interventi militari indiretti. Israele svolge un ruolo complementare in questo sistema: una piattaforma geopolitica avanzata nel cuore del Medio Oriente, un laboratorio permanente dove sicurezza, tecnologia e controllo territoriale si intrecciano con interessi energetici e finanziari.

Non si tratta di complotti, ma di strutture di potere. Le grandi potenze difendono i propri flussi economici con la stessa determinazione con cui un organismo difende la propria circolazione sanguigna. La guerra, in questo quadro, non è l’anomalia. È l’ultimo chilometro degli accordi economici.

Il petrolio e la civiltà della decomposizione

Ma per capire davvero la natura di questo sistema bisogna guardare ancora più in profondità. Bisogna interrogarsi sulla materia stessa che ha reso possibile lo sviluppo della civiltà industriale: il petrolio.

Il petrolio non è soltanto una fonte di energia. È il fondamento biologico del nostro progresso. Si forma attraverso un processo lento e quasi inquietante: la sedimentazione di organismi morti, trasformati nel tempo dall’azione di batteri e pressioni geologiche. In altre parole, l’energia che alimenta la modernità nasce dalla decomposizione. Il nostro mondo industriale è costruito su miliardi di anni di morte organica.

È un’immagine che dovrebbe inquietarci più di quanto faccia. Perché suggerisce qualcosa di profondamente simbolico: la ricchezza contemporanea affonda letteralmente le radici nella decomposizione della vita.

Pier Paolo Pasolini aveva intuito questa dimensione quasi metafisica nel suo romanzo incompiuto “Petrolio”. In uno degli appunti finali del libro, il protagonista Carlo attraversa Roma dall’alto, come se fosse sollevato da un doppio aereo. Guardando la città da quella prospettiva scopre qualcosa di disturbante: la struttura urbana appare improvvisamente carica di simboli sessuali e di geometrie inquietanti. Le strade e gli incroci assumono la forma di organi femminili, i monumenti e le guglie diventano giganteschi simboli fallici. E l’intera città, osservata dall’alto, sembra disegnare una gigantesca svastica.

È una visione allucinata ma rivelatrice. Pasolini non descrive semplicemente Roma. Descrive la logica profonda del potere moderno: una fusione di eros, dominio e violenza simbolica. Il petrolio, nel suo immaginario, diventa il fluido oscuro che collega tutto questo.

Il progresso come febbre

Se il neoliberismo è una malattia dello spirito, il progresso industriale è la sua febbre. Una febbre che produce innovazione, crescita e sviluppo, ma che allo stesso tempo alimenta una dinamica predatoria. Ogni nuova infrastruttura energetica, ogni corridoio commerciale, ogni accordo geopolitico è in fondo una disputa per decidere chi controllerà le venature profonde della ricchezza.

Le guerre contemporanee – dall’Ucraina al Medio Oriente – non possono essere comprese senza questa dimensione. Non sono soltanto scontri ideologici o strategici. Sono conflitti per il controllo delle arterie economiche del mondo. E quando queste arterie si intrecciano con la psicologia di élite che considerano il pianeta una torta da conquistare, il risultato diventa inevitabile. La politica smette di essere amministrazione della convivenza e diventa gestione del bottino.

In questo senso il neoliberismo non è semplicemente un sistema economico dominante. È il sintomo di una civiltà che ha smarrito il senso della misura. Una civiltà che ha costruito il proprio progresso sulla decomposizione e che ora fatica a distinguere tra sviluppo e distruzione.

Forse è per questo che, guardando il mondo dall’alto – come il Carlo di Pasolini – la mappa del potere globale assomiglia sempre più a un disegno oscuro. Un disegno in cui eros, morte e denaro continuano a sovrapporsi.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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