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Gli USA ritirano i sistemi Patriot ed evacuano l’ultima base vicino a Erbil, Kurdistan iracheno: finite le scorte di missili tra Ucraina e Iran. L’Arabia Saudita, colpita nei giacimenti, entra in guerra al fianco di Washington contro le milizie sciite in Iraq.
Erbil senza Patriot: Washington scappa dal Kurdistan mentre l’Arabia Saudita entra in guerra al posto suo
Fonti bene informate hanno confermato ad Al-Monitor, attraverso il report della giornalista Amberin Zaman, che le forze armate statunitensi hanno avviato il ritiro delle ultime truppe rimaste nei pressi dell’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. La settimana scorsa sono già stati rimossi i sistemi mobili di difesa aerea Patriot, capaci di intercettare missili e droni ostili, mentre la maggior parte del personale e dell’equipaggiamento pesante ha già lasciato la base.
Le batterie sono state ridispiegate altrove, in una località che Washington preferisce non specificare — dettaglio che, da solo, la dice lunga sulla differenza tra un ritiro pianificato e una ritirata gestita con l’ansia di chi non vuole ammettere di essere rimasto senza scorte.
Perché proprio ora, verrebbe da chiedersi, dopo quasi venticinque anni di presenza militare americana in un paese dove l’esercito a stelle e strisce si è incollato al territorio, sopravvivendo ad al-Qaeda, all’Isis e a ogni genere di tempesta regionale. La risposta, per quanto sgradevole da ammettere nei comunicati ufficiali, sta nell’esaurimento delle scorte di missili intercettori: tra il sostegno all’Ucraina e l’escalation contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno finito le riserve, e il Kurdistan iracheno — bersaglio quotidiano delle Forze di Mobilitazione Popolare, milizie sciite armate da Teheran che paradossalmente fanno parte a pieno titolo dell’esercito regolare di Baghdad — è diventato un rischio troppo alto da sostenere senza copertura antimissile.
I sistemi Patriot, secondo le fonti citate da Al-Monitor, avevano intercettato con successo almeno il 95% degli attacchi diretti contro l’area dall’inizio del conflitto con l’Iran a febbraio: un dato -probabilmente molto generoso – ma che comunque rende la rimozione ancora più eloquente, perché non si abbandona un dispositivo così efficace se non perché altrove serve più urgentemente, o perché semplicemente non ne resta a sufficienza per tutti i fronti aperti contemporaneamente.
La bandiera della libertà ammaina in silenzio
A Washington la linea ufficiale minimizza, parlando di “routine in linea con l’impegno” di ritirare tutte le forze dall’Iraq entro il 30 settembre, come concordato con Baghdad. Versione che regge fino a un certo punto: il ritiro avviene proprio mentre gli attacchi iraniani e delle milizie alleate contro il Kurdistan iracheno proseguono senza sosta, colpendo tanto i gruppi di opposizione curda iraniana quanto, ripetutamente, il complesso di Erbil stesso.
I curdi, che dalla presenza dei Patriot avevano tratto una protezione tutt’altro che marginale, si ritrovano ora con la sensazione — più che legittima — di essere stati derubricati a priorità secondaria. Ad ammetterlo, sostanzialmente, è la stessa fonte citata da Al-Monitor: la regione del Kurdistan non è più prioritaria, mentre lo sono chiaramente il Golfo e la Giordania. Tradotto dal linguaggio diplomatico: se le milizie continueranno a colpire Erbil, pazienza, altrove ci sono asset più urgenti da difendere.
Un Iraq tripartito che nessuno ha mai davvero unificato
Il nodo politico più delicato riguarda però il rapporto tra Washington e il nuovo primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, esponente sciita che aveva promesso di arginare, disarmare e smobilitare le milizie sostenute dall’Iran entro il 30 settembre — promessa che i recenti attacchi contro i giacimenti petroliferi sauditi dimostrano ampiamente disattesa, al punto da spingere Riyad a collaborare apertamente con le forze statunitensi per condurre rappresaglie in territorio iracheno. L’Arabia Saudita, in altre parole, entra ufficialmente in un conflitto attivo proprio nel momento in cui gli Stati Uniti arretrano dal fronte più esposto: una staffetta che rivela più di quanto i comunicati ufficiali vorrebbero. Colpire le milizie sciite significa peraltro entrare in rotta di collisione diretta con il governo di Baghdad, che su quell’architettura istituzionale tripartita tra curdi, sunniti e sciiti — disegnata a tavolino dagli stessi americani vent’anni fa — non è mai riuscita a costruire una cultura nazionale realmente omogenea.
Vent’anni di occupazione non bastano a fondere insieme comunità che si contendono il territorio da secoli, per quanto ottimisticamente la retorica dell’esportazione della democrazia continui a raccontarlo come un progetto compiuto. Aggiungeteci il vecchio vizio di trattare i curdi come carne da cannone da lanciare contro Teheran, ed ecco che l’Iraq torna a essere, quasi per inerzia, il prossimo candidato naturale a una guerra che nessuno ha mai davvero chiuso.

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