Che vi piaccia o meno, quella dell’Iran è una guerra anticoloniale

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La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo uno scontro militare. È il segnale di un ordine geopolitico che si incrina. Nonostante i bombardamenti, Teheran continua a colpire. E sempre più paesi del Golfo iniziano a dubitare dell’ombrello americano.

La guerra che l’Occidente non vuole capire: perché l’Iran parla di lotta anticoloniale

Nell’ultima settimana il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha attraversato una fase che, più che chiarire gli equilibri, li ha complicati ulteriormente. Dopo i bombardamenti del 28 febbraio — l’operazione che ha portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei e all’escalation militare nella regione — la coalizione occidentale ha continuato a colpire infrastrutture strategiche iraniane: raffinerie, depositi logistici e nodi di trasporto attorno a Teheran e lungo la fascia costiera del Golfo di Oman.

Il bilancio umanitario resta pesante. Secondo fonti iraniane e varie organizzazioni regionali, i bombardamenti avrebbero causato oltre 1200 vittime civili, tra cui centinaia di minori, oltre alla distruzione diffusa di abitazioni, scuole e strutture sanitarie. Le immagini di quartieri colpiti e delle raffinerie in fiamme — con nubi tossiche che hanno interessato milioni di abitanti dell’area metropolitana di Teheran — hanno alimentato la percezione di una guerra ormai totale.

Eppure il dato più sorprendente non riguarda i danni subiti dall’Iran, ma la sua capacità di reagire. Nonostante la superiorità tecnologica della coalizione, Teheran continua a infliggere colpi significativi. Nelle ultime giornate missili balistici e droni iraniani hanno colpito installazioni militari israeliane e obiettivi logistici nel Levante, mentre attacchi indiretti — attribuiti anche alle milizie alleate — hanno interessato anche infrastrutture strategiche nel Golfo.

Questo è il punto che molti osservatori occidentali faticano a riconoscere: l’Iran non appare un paese piegato dalla guerra, ma uno Stato che continua a operare militarmente su più fronti.

Anche i paesi del Golfo, tradizionalmente allineati alla sicurezza garantita dagli Stati Uniti, mostrano segnali di crescente prudenza. Emirati, Qatar e Arabia Saudita mantengono una posizione pubblica estremamente cauta. Il motivo è evidente: le basi militari occidentali presenti nella regione, concepite per garantire stabilità, rischiano ora di trasformarsi in bersagli.

La guerra, insomma, non è confinata tra Iran e Israele. È una crisi che attraversa l’intero sistema di sicurezza del Medio Oriente.

La successione di khamenei e la narrativa occidentale

La nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran da parte dell’Assemblea degli Esperti rappresenta una scelta di continuità del sistema politico iraniano.

Gran parte della stampa occidentale ha liquidato l’evento con una formula ironica: la guerra avrebbe semplicemente sostituito una versione più anziana del leader iraniano con una più giovane. Un’interpretazione comoda, ma sorprendentemente superficiale.

Secondo varie ricostruzioni, negli attacchi che hanno ucciso Ali Khamenei sarebbero morti anche diversi membri della famiglia del nuovo leader. Un dettaglio che, nella narrativa politica iraniana, assume un significato preciso: il sacrificio personale come prova di legittimità nella lotta contro un’aggressione esterna.

Non è solo propaganda. È un elemento politico che rafforza la posizione della nuova leadership in un momento di mobilitazione nazionale.

E questo spiega anche perché i tentativi statunitensi di aprire negoziati rapidi sembrano incontrare molte difficoltà. Washington avrebbe interesse a chiudere il conflitto con un accordo che consenta a tutte le parti di salvare la faccia. Teheran, al contrario, appare orientata a proseguire il confronto. La ragione non è soltanto militare. È strategica.

La dimensione anticoloniale del conflitto

Per comprendere la posizione iraniana bisogna guardare oltre la cronaca degli scontri. Nella visione della leadership di Teheran — e di una parte significativa dell’opinione pubblica regionale — il conflitto non è semplicemente una guerra tra Stati. È la continuazione di una lunga storia di presenza occidentale nel Medio Oriente.

In questo senso si può parlare apertamente di lotta anticoloniale. L’obiettivo dichiarato non sarebbe solo respingere un attacco militare, ma ridurre o eliminare la presenza strategica degli Stati Uniti nella regione.

Non è una retorica isolata. Negli ultimi mesi diversi paesi del Golfo hanno iniziato a discutere — secondo fonti riportate da Reuters e Financial Times — la revisione di alcuni accordi finanziari e strategici con Washington.

Il punto è semplice: se le basi militari occidentali servono principalmente a proteggere Israele e non a garantire la sicurezza dei paesi che le ospitano, la loro utilità diventa improvvisamente discutibile.

Parallelamente Israele si trova in una posizione sempre più complicata. Hezbollah non è stato neutralizzato, le operazioni militari su più fronti continuano e il margine di superiorità strategica che Tel Aviv esercitava nella regione appare meno scontato rispetto al passato.

Non significa che l’Iran stia vincendo la guerra. Ma significa che il sistema di potere costruito attorno all’egemonia americana nel Medio Oriente mostra crepe sempre più visibili. E quando un ordine geopolitico comincia a incrinarsi, spesso la prima reazione è negare che stia accadendo.

Dunque, chiamarla guerra anticoloniale può sembrare una provocazione, ma per una parte crescente del Medio Oriente quella definizione descrive esattamente ciò che sta accadendo. Non è solo un conflitto militare. È la battaglia per ridefinire chi decide davvero il destino della regione.

 

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