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Non siamo mai stati democratici: abbiamo solo imparato a chiamare “libertà” un sistema che decide senza di noi. La democrazia non è un rito elettorale, ma una condizione culturale che abbiamo smesso di coltivare.
La democrazia che non c’è mai stata
La democrazia è oggi una parola-talismano: viene agitata come una reliquia laica, ma raramente interrogata nella sua sostanza. Tutti ne parlano, quasi nessuno la conosce. E forse non è un caso. Perché se la democrazia fosse davvero ciò che proclama di essere, il nostro mondo politico apparirebbe per quello che è: un sofisticato sistema di esclusione mascherato da partecipazione.
Come recentemente ha ricordato Pierluigi Fagan, Machiavelli, nei Discorsi, osservava con lucidità spietata che gli intellettuali del suo tempo si piegavano sempre al potere dominante, trovando il coraggio di insultare il popolo solo quando questo non contava nulla. Cinque secoli dopo, la scena non è cambiata: le élite culturali continuano a parlare di ciò che non conoscono, maneggiando concetti astratti come amuleti, mentre la realtà politica resta sospesa, lontana, inafferrabile. Parlano di “democrazia” come si parla di una divinità invisibile: nessuno l’ha mai vista, ma tutti giurano che esiste.
Una tradizione amputata
La nostra idea di democrazia nasce già mutilata. I testi politici dell’antica Grecia che ci sono stati trasmessi sono quasi esclusivamente ostili al governo del popolo. Platone, l’Anonimo Oligarca, i detrattori sistematici. Le voci favorevoli furono cancellate, perse, distrutte. Protagora, Democrito, Anassagora, Clistene, Efialte: fantasmi senza opere. Persino Pericle ci arriva filtrato da Tucidide, che democratico non era.
Aristotele, con la sua Politica, rientra in Europa solo tra Duecento e Trecento, recuperato nelle biblioteche islamiche di al-Andalus. Fino alla scoperta, nel 1880, della Costituzione degli Ateniesi, nessuno in Occidente aveva una reale conoscenza delle procedure democratiche ateniesi. Eppure, per secoli, filosofi e giuristi hanno discusso di una democrazia che non conoscevano. Non è ignoranza: è costruzione ideologica.
I romani scrivevano sotto l’impero, i medievali sotto il doppio potere di trono e altare, i moderni dentro sistemi dominati dalla ricchezza. Noi occidentali non siamo mai stati democratici, né nei fatti né nel pensiero. Eppure continuiamo a raccontarci il contrario, come una favola identitaria.
Chi decide davvero?
Negli anni Venti del Novecento, il giurista Richard Thoma riprese una domanda già formulata da Erodoto: “chi decide?”. È l’unica questione che conta. Uno solo? Pochi? Molti? Tutto il resto è decorazione.
Per Thoma, la democrazia esiste solo quando la comunità dei cittadini adulti governa sé stessa. Non quando delega in bianco a professionisti del potere. Il sistema rappresentativo moderno, celebrato come apice della civiltà, è in realtà una forma oligarchica mascherata. Una delega vaga, non revocabile, esercitata da cittadini che spesso non hanno strumenti culturali per comprendere ciò su cui votano. La propaganda sostituisce l’informazione, la competenza è un lusso, il tempo per capire non esiste.
I liberali hanno svuotato la parola “democrazia” per riempirla di elogi al parlamentarismo. I socialisti, dopo aver promesso rivoluzioni e mondi nuovi, si sono limitati ad amministrare lo stesso sistema, senza mai chiarire come costruire politicamente ciò che sognano economicamente. Due retoriche diverse, stesso risultato: la conservazione dell’ordine.
La democrazia, in realtà, non è una forma di governo: è una condizione culturale. Dipende dal livello di conoscenza diffusa, dalla qualità del dibattito, dalla possibilità reale di informarsi e di partecipare. Come in agricoltura, non è la pianta a fare la differenza, ma il terreno, l’acqua, il clima. Senza queste condizioni, il voto è solo un rituale vuoto.
Viviamo in società che ci ossessionano con l’auto-miglioramento, ma ci educano a disinteressarci della cosa pubblica. Gli antichi greci chiamavano questo tipo di cittadino idiotes: colui che pensa solo a sé. Oggi non è una devianza, è una virtù di sistema.
Le nostre repubbliche non sono democrazie. Sono amministrazioni di massa dell’apatia. E noi, con disciplinata obbedienza, le chiamiamo libertà.

*Questo articolo cita e riprende alcune considerazioni di Pierluigi Fagan
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