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Il nuovo totalitarismo, dopo anni di consenso costruito con persuasione subliminale e spoliticizzazione, entra in crisi e risponde con intimidazione e repressione. Gaza, il conflitto sociale e casi come Askatasuna segnano il ritorno di pratiche autoritarie classiche.
Persuasione e repressione fino all’Askatasuna
Chi ha perso la voce in questi lugubri anni per diffondere la realtà di un nuovo totalitarismo, non più affezionato ai riti, alla mimica, alla manualità di quelli novecenteschi ma più attento alla sfera subliminale, più concentrato nel veicolare gadget lussuriosi per colonizzare l’immaginario collettivo, dovrebbe essere soddisfatto per la sua preveggenza.
Ma in realtà solo un sentimento di inquietudine può affiorare nel momento in cui quel totalitarismo, ormai in piena crisi di consenso, alle premure persuasive in grado di spoliticizzare la società in un entusiasmo depressivo e psicopatologico, accompagna l’intimidazione e la repressione politica. Se l’astensionismo elettorale, se l’apparizione sporadica del pensiero critico, se le lotte sindacali compartimentali e rabbonite da palloncini colorati messi in parata nelle piazze della civiltà, non infastidivano più di tanto i manovratori del potere di mercato, l’apparizione improvvisa di una rinnovata conflittualità sociale sì.
Sotto questo aspetto la questione palestinese e il genocidio di Gaza possono aver rappresentato un detonatore sociale. L’insperata forza del sindacalismo di base nella proclamazione di scioperi apertamente politici; l’influenza di quella forza sulla CGIL e sulla postura della Fiom per esempio in occasione della mobilitazione genovese sulla vertenza ex Ilva; la presa di coscienza collettiva sul pericolo bellico corroborato delle politiche di riarmo imposte dalla Nato e dall’Unione Europea; la diffidenza popolare sulla retorica mainstream che implora ai giovani un futuro di martirio per difendere l’Ucraina e i nazisti che la governano; l’attivismo di massa riscoperto nelle mobilitazioni di questi mesi, rappresentano, nel loro insieme, fattori che agitano i burattinai nazionali e sovranazionali.
Per questo ricompaiono strumenti tipici dei totalitarismi classici.
L’intimidazione e la repressione. La prima esercitata attraverso le campagne stampa di diffamazione, le liste di proscrizione pubbliche, la derisione del pensiero critico e degli intellettuali non allineati; la seconda con le sanzioni individuali che imprigionano gli individui all’aria aperta, con la censura preventiva poliziesca, con la messa al bando dei partiti socialisti e comunisti nell’est Europa e ora con gli sgomberi dei centri sociali come l’Askatasuna.
Questo nuovo clima costrittivo può colpire chiunque si stia opponendo alle politiche economico/sociali dell’Unione Europea e agli orizzonti militari della Nato e degli Stati Uniti d’America. E colpisce organizzazioni, militanti, singoli individui anche non omogenei politicamente ma coscienti della distorsione dittatoriale del sistema.
Lo stesso centro sociale Askatasuna, che aveva provato a instaurare un dialogo e a comporre un accordo politico con pezzi sparsi di quel potere, anche se mimetizzati nella generica definizione di “sinistra”, ha dovuto infine rendersi conto della gravità del momento che non permette alcuna mediazione che guardi al limitato orizzonte del medio periodo e che non può contemplare l’interlocuzione con qualsiasi fazione della sinistra liberale.

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