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Askatasuna nasce nella frattura irrisolta della Torino post-operaia come pratica di libertà collettiva. Inassimilabile alla città-evento, tiene insieme vita e politica, conflitto locale e globale. Lo sgombero segna una scelta di comando contro l’organizzazione antagonista.
Askatasuna, la frattura irrisolta
Askatasuna nasce dal ventre duro di Torino, dalla sua memoria operaia ferita e dalla sua ostinazione a continuare a produrre conflitto anche quando il conflitto viene ricondotto a un passato che si vorrebbe definitivamente metabolizzato.
Nasce dentro una città che è stata laboratorio del comando industriale e, successivamente, della sua ristrutturazione disciplinare; una città che ha conosciuto la concentrazione operaia, la violenza organizzata della fabbrica, la promessa fordista e poi la sua dissoluzione governata, senza che questa transizione producesse alcuna reale ricomposizione.
In quel passaggio, la sconfitta storica del movimento operaio non si è tradotta soltanto in arretramento politico, ma in una riorganizzazione profonda dei rapporti sociali, in una pedagogia diffusa dell’adattamento, nella separazione sistematica tra vita e politica.
È precisamente in questa fenditura storica che Askatasuna prende forma. Non come risposta nostalgica a un ciclo concluso, ma come sedimentazione di una contraddizione che ha continuato a operare sotto traccia, resistendo alla neutralizzazione e alla rimozione.
Più che uno spazio fisico, Askatasuna si è configurata come una forma di organizzazione dell’esistenza collettiva, capace di attraversare la precarizzazione diffusa, la frammentazione sociale e la perdita di rappresentanza senza accettarle come destino. In questa durata si è mantenuta una continuità materiale del conflitto, non come riproposizione di identità passate, ma come pratica capace di rimettere in questione la riduzione della politica a gestione tecnica della crisi.
Il CSO è stata una presenza capace di interrompere la pacificazione dei vinti, di rifiutare la trasformazione della sconfitta in educazione all’obbedienza, di smascherare la riduzione della politica a memoria addomesticata. Non un residuo, ma una forza di attrito che ha continuato a operare dentro l’ordine urbano, tenendo aperta una possibilità politica là dove la città veniva riconfigurata come spazio della valorizzazione, dell’evento, della compatibilità.
Libertà
Il nome non è mai stato neutro. Askatasuna, libertà in lingua basca, non rimanda a una libertà astratta né a una concessione giuridica, ma a una libertà storicamente situata, emersa dentro i processi di liberazione del popolo basco e inseparabile dal conflitto con lo Stato e dai dispositivi che organizzano la subordinazione sociale. È una parola che nasce dentro una lunga esperienza di repressione, carcere, organizzazione collettiva, e che porta con sé una concezione materialista dell’emancipazione, legata alla lotta contro il comando e contro la naturalizzazione dell’ordine esistente.
Assumere quella parola a Torino significava collocarsi consapevolmente dentro una genealogia di movimenti che leggono l’assetto sociale come prodotto storico di rapporti di forza e non come necessità data, stabilendo una parentela politica che attraversa i confini nazionali.
Non un riferimento simbolico, ma una dichiarazione di continuità: la libertà come pratica collettiva, come sottrazione organizzata, come autonomia materiale della vita. Militanti cresciuti nella lunga trasformazione del conflitto operaio, soggettività formatesi nella precarietà permanente, studenti, lavoratori intermittenti, traiettorie attraversate dai movimenti territoriali e internazionali: non una comunità identitaria, ma un laboratorio di composizione politica. Un luogo in cui la politica non era separata dalla vita quotidiana e, proprio per questo, non poteva essere facilmente assorbita.
Nel frattempo Torino ha mutato pelle. La città del conflitto operaio veniva progressivamente riconfigurata come città degli eventi, della cultura-spettacolo, della valorizzazione immobiliare. Un processo che non è stato soltanto economico o urbanistico, ma profondamente ideologico. Il conflitto, svuotato della sua densità materiale, veniva trattenuto come racconto disponibile: patrimonio simbolico separato dalla vita e utilizzabile senza rischio.
Anni 90, il bluff della pacificazione
Gli anni Novanta sono stati narrati come il tempo della pacificazione e della maturità democratica; ciò che non si lasciava pacificare veniva ricodificato come anomalia, un errore storico da non reiterare. Gli spazi antagonisti potevano sopravvivere solo se ridotti a superficie inoffensiva; ogni volta che tornavano a produrre durata, trasmissione e organizzazione, venivano nuovamente individuati come problema politico.
Askatasuna non ha mai accettato questa riduzione. Ha continuato a tenere insieme città e territorio, Torino e la Val di Susa, conflitto metropolitano e dimensione internazionale, pratica urbana e critica dell’imperialismo. In questa trama si è mantenuta una continuità tra politica e vita in attrito con la cifra profonda della governamentalità contemporanea, fondata sulla loro separazione funzionale. Ed è lungo questo processo che si è prodotta la sua inassimilabilità. Lo sgombero non giunge infatti come evento improvviso, ma come esito coerente di una lunga maturazione politica.
La miccia immediata è stata individuata nelle iniziative di solidarietà con la Palestina, in particolare nell’irruzione alla sede de La Stampa. Ma ridurre tutto a quell’episodio significa adottare la versione del potere. La Stampa non è un edificio qualsiasi: è uno degli apparati ideologici storici della borghesia torinese, legato alla FIAT e alla produzione di un senso comune legalitario dell’ordine sociale.
Toccarne la sede significa infrangere un confine simbolico, mettere in discussione la sacralità dei luoghi in cui il potere si racconta come inevitabile e razionale. E il tema era la Palestina: una frattura politica globale che riporta al centro le forme contemporanee dell’imperialismo, la guerra come modalità ordinaria di governo e le responsabilità sistemiche dell’Occidente.
In questo senso, Askatasuna, legando Torino a Gaza, ha reso percepibile ciò che la governance contemporanea lavora costantemente per separare: l’intreccio strutturale tra amministrazione del sociale, regolazione dello spazio urbano e produzione della guerra su scala globale.
La criminalizzazione politica
Le dichiarazioni istituzionali hanno reso pienamente leggibile questa logica. La rivendicazione dello sgombero come “segnale dello Stato”, formulata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, non va intesa come una presa di posizione contingente, ma come l’enunciazione di una vera e propria dottrina del comando: una concezione in cui il conflitto viene espulso dal campo del politico e ricodificato come questione di sicurezza, mentre ciò che viene presentato come ordine si autonomizza come valore autosufficiente, sottratto alla genealogia dei rapporti sociali che lo hanno prodotto.
Su scala locale, la medesima razionalità opera attraverso registri più sobri ma non meno efficaci. L’invocazione della “fine di ogni possibile interlocuzione”, formulata dal sindaco Stefano Lo Russo, realizza una torsione deliberata del politico: una decisione di parte viene tradotta in imperativo di governo, neutralizzata nel linguaggio della gestione e sottratta alla possibilità stessa della contesa, come se l’esaurimento del confronto fosse un dato oggettivo e non l’esito di un rapporto storicamente determinato.
Una narrazione che del resto si è imposta ovunque: un assetto normativo che rimuove le lotte che ne hanno reso possibile l’affermazione e si presenta come orizzonte indiscutibile. Ciò che eccede viene progressivamente privato di legittimità prima ancora di essere rimosso; il dissenso smette di essere riconosciuto come interlocuzione scomoda e viene ricondotto alla figura dell’aporia. La criminalizzazione agisce evitando l’esposizione diretta del conflitto e lavorando piuttosto per usura, producendo isolamento diffuso al posto di figure pubbliche riconoscibili e orientandosi non verso una vittoria simbolica immediata, ma verso la lenta disarticolazione dei legami e delle possibilità stesse di organizzazione collettiva.
L’attacco agli spazi autogestiti
Gli spazi antagonisti vengono colpiti perché costituiscono l’opposto dell’atomizzazione prodotta dal presente: producono legami, costruiscono durata, rendono possibile la circolazione di saperi condivisi. Mostrano che la sofferenza non è soltanto privata, ma strutturale, e che può trasformarsi in coscienza collettiva.
È per questo che la loro rimozione non riguarda solo Torino. A Bologna XM24 è stato cancellato, a Milano Macao svuotato, a Genova il Buridda rimosso, a Padova il Pedro ciclicamente sotto pressione, a Trento il Bruno costantemente minacciato, nell’area veneziana Rivolta, Morion e Sale Docks indicati come spazi da normalizzare, a Napoli Insurgencia, spazi come Scugnizzo Liberato, Mezzocannone Occupato e il Giardino Liberato di Materdei rappresentano nodi di autorganizzazione che, proprio per il loro radicamento sociale e la loro capacità di produrre pratiche non mediabili, restano esposti a una pressione istituzionale costante, orientata a limitarne la durata e a disinnescarne la funzione antagonista.
Firenze si colloca pienamente in questo scenario. Il CPA Firenze Sud rappresenta una realtà strutturalmente incompatibile con il modello di città fondato sulla rendita e sulla governabilità. Proprio per questo è stato, negli anni, oggetto di interrogazioni consiliari e di ricorrenti progetti di “riqualificazione”, pensati per sostituire uno spazio di organizzazione autonoma con funzioni integrate.
Tuttavia, tali tentativi si sono ripetutamente infranti contro una resistenza materiale che non si è lasciata tradurre né in concessione né in negoziazione: non per assenza di pressione istituzionale, ma per l’impossibilità di ricondurre quell’esperienza entro i dispositivi ordinari di valorizzazione e gestione urbana.
Accanto al CPA, esperienze come il nEXt Emerson e altri percorsi di autorganizzazione culturale e politica vivono una condizione analoga di precarietà strutturale, legata a aste, contenziosi e dispositivi di valorizzazione che trasformano lo spazio in merce e il conflitto in disturbo.
L’attacco agli spazi, del resto, procede in parallelo con la repressione delle lotte. Le mobilitazioni climatiche vengono colpite quando interrompono la normalità dei flussi; le lotte per la casa vengono trattate come problemi di ordine pubblico quando trasformano l’emergenza abitativa in conflitto politico; le lotte territoriali contro grandi opere e devastazioni ambientali vengono criminalizzate quando rifiutano l’idea che lo sviluppo sia neutro; le mobilitazioni internazionaliste, in particolare quelle di solidarietà con la Palestina, vengono represse quando rendono visibile il legame tra guerra globale e governo interno delle metropoli.
Il lavoro e la rimozione degli spazi
Sul terreno del lavoro, la repressione colpisce là dove il conflitto torna a incidere materialmente: nella logistica, nel lavoro migrante, nei settori più precarizzati, con l’accerchiamento giudiziario dei sindacati conflittuali e la trasformazione dell’organizzazione in colpa.
Questa convergenza tra rimozione degli spazi e repressione delle lotte segnala una vittoria di fase delle classi dominanti. Non una pacificazione, ma la convinzione di poter governare la crisi riducendo ogni eccedenza a variabile di rischio, disperdendo le forme organizzate dell’antagonismo e trasformando la memoria dei conflitti in patrimonio inoffensivo. È una vittoria che non chiude la storia, ma tenta di sospenderla.
Se le voci e le pratiche conflittuali venissero progressivamente disperse, l’esito non coinciderebbe con alcuna riconciliazione sociale, ma con una piena amministrazione della crisi. La città verrebbe definitivamente trattata come dispositivo di valorizzazione, la lotta di classe espulsa dall’orizzonte del dicibile, l’organizzazione collettiva resa impraticabile non solo per divieto esplicito ma per rarefazione materiale delle proprie condizioni, assottigliandosi progressivamente.
L’isolamento politico non si presenterebbe allora come scarto individuale o anomalia soggettiva, ma come modalità ordinaria di riproduzione sociale: un effetto sistemico della scomposizione prodotta dai dispositivi di comando, che frammentano, disperdono e rendono intermittente la possibilità stessa dell’agire comune.
Ciò che resta dell’antagonismo non assume allora la forma di una continuità garantita, ma quella di una possibilità storica contingente, sempre esposta alla rimozione. Persiste nei luoghi che continuano a produrre durata contro la temporalità dell’emergenza, nelle pratiche che tengono insieme memoria e presente senza ridurle a repertorio, nella capacità di organizzare bisogni e conflitti fuori dai circuiti della compatibilità e della rappresentazione. È questa possibilità – non il passato che richiama, ma il futuro che apre – a costituire oggi il vero bersaglio dell’offensiva in corso.

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