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Il nuovo Libro Bianco della Difesa giapponese, voluto dalla premier Takaichi, indica per la prima volta la Cina come nemico strategico e prepara Tokyo a un conflitto prolungato, anche fuori area, fino a Taiwan e Filippine. Pechino: “narrazioni false”.
Tokyo indica Pechino come nemico ufficiale, e il Giappone si prepara a combattere lontano da casa
Sanae Takaichi ha mantenuto la promessa, e lo ha fatto con un documento di 610 pagine che ridisegna da cima a fondo la postura militare giapponese. La premier che si ispira apertamente a Donald Trump ha personalmente sovrinteso alla stesura del nuovo Libro Bianco della Difesa, presentato ieri, superando in un colpo solo le vecchie strategie elaborate insieme a Washington nel dopoguerra. Per la prima volta con questa chiarezza, Tokyo indica la Cina come avversario strategico esplicito, abbandonando l’ambiguità diplomatica che aveva caratterizzato decenni di postura giapponese nell’Indo-Pacifico. Non è un dettaglio da poco per un paese la cui costituzione pacifista, imposta dagli Stati Uniti nel 1947, ha rappresentato per quasi ottant’anni il fondamento giuridico dell’autolimitazione militare nipponica.
Il documento abbraccia con entusiasmo la filosofia del riarmo come motore di sviluppo economico, la stessa retorica che sta ormai diventando patrimonio comune di molti governi occidentali sotto la pressione della Casa Bianca: riconvertire l’industria nazionale dal manifatturiero leggero al settore pesante degli armamenti, presentandolo come stimolo alla crescita più che come scelta geopolitica difensiva.
Il South China Morning Post di Hong Kong ha sintetizzato la novità con un titolo che non lascia dubbi sul tono dell’allarme: il Giappone lancia l’avvertimento sulla crescente influenza cinese nel Pacifico e promette un rafforzamento sostanziale della difesa. Il Libro Bianco mette in guardia esplicitamente dalla capacità crescente di Pechino di sostenere operazioni militari nell’Oceano Pacifico occidentale, segnalando in particolare il potenziamento della flotta di portaerei cinese e la sua accresciuta capacità di operare in mari e spazi aerei sempre più distanti dalla madrepatria.
Una rete di sorveglianza senza lacune, pensata per la guerra lunga
Al di là della retorica geopolitica, il documento entra nel dettaglio operativo con una precisione che rivela l’ampiezza della svolta. Tokyo punta a costruire una rete di sorveglianza integrata, capace di collegare navi, aerei, satelliti e sistemi senza equipaggio in un unico sistema di comando congiunto orientato all’attacco a lungo raggio.
Tra le misure concrete già avviate figurano un radar mobile di allerta sull’isola di Kitadaito e una costellazione di satelliti radar che dovrebbe raggiungere piena operatività entro il 2027, pensata per migliorare raccolta di informazioni, sorveglianza e individuazione degli obiettivi a grande distanza. Ma l’aspetto più rivelatore riguarda l’ammissione, contenuta nello stesso Libro Bianco, che le scorte attuali di munizioni, carburante ed equipaggiamento non sarebbero sufficienti a sostenere un conflitto prolungato: Tokyo prevede pertanto di espandere la produzione bellica, rafforzare le strutture di comando, disperdere strategicamente gli assetti aerei e potenziare le capacità di trasporto marittimo e aereo.
Tradotto in termini meno diplomatici: il Giappone non si sta preparando a difendere le proprie coste da un’incursione, ma a sostenere una campagna militare estesa nel tempo e nello spazio, eventualmente ben oltre le acque territoriali nazionali, fino a Taiwan e alle Filippine.
Pechino risponde, e il tabellone dell’Indo-Pacifico si ridisegna
La reazione cinese non si è fatta attendere, ed è stata tutt’altro che diplomatica nei toni. Chen Xi, portavoce del ministero della Difesa di Pechino, ha bollato il documento come pieno di narrazioni false, accusando Tokyo di esagerare artificialmente la cosiddetta minaccia cinese per giustificare un rilancio economico attraverso il riarmo. Secondo Chen si tratterebbe di un tentativo vano di radicare l’espansione militare e i preparativi bellici nelle istituzioni nazionali, nei settori economici e nell’opinione pubblica giapponese — un giudizio che, al netto della prevedibile cornice propagandistica, coglie comunque un elemento reale del documento, ossia la sovrapposizione esplicita tra logica di sviluppo industriale e riarmo strategico.
Chen ha proseguito mettendo in guardia contro quello che ha definito il crescente neomilitarismo giapponese, definendolo una seria sfida all’ordine internazionale postbellico e una minaccia concreta alla pace regionale, chiudendo con un monito neppure troppo velato a Tokyo affinché abbandoni quella che Pechino considera la strada sbagliata della rimilitarizzazione.
Mentre l’attenzione globale resta fissata su Ucraina, Medio Oriente e Golfo Persico, i vecchi equilibri fragili dell’Indo-Pacifico stanno saltando uno dopo l’altro con una velocità che rischia di cogliere impreparata l’opinione pubblica internazionale. Corea del Sud, Taiwan e Filippine si stanno progressivamente allineando sulla stessa postura giapponese, in un mosaico regionale che comincia ad assomigliare sempre più a uno schieramento precostituito in vista dello scontro — si spera per ora solo commerciale, ma la formulazione stessa di questa speranza dice molto sul livello di allarme reale — tra Cina e Stati Uniti. Un confronto tra pesi massimi che, come sempre accade in questi casi, rischia di trascinare con sé alleati, partner e paesi terzi costretti a scegliere strategie di sopravvivenza per non ritrovarsi, semplicemente, vasi di coccio tra vasi di ferro.

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