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Tra primarie rinviate e programma ancora da definire, il Campo largo cerca una figura terza per superare lo stallo tra Conte e Schlein. Avs ha proposto proprio questa strada, mentre restano aperte divergenze su guerra, riarmo, casa e sicurezza.
Arriva il soccorso rosè
Lo stallo tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein sulla leadership del campo largo, tra chi vuole le primarie e chi preferisce partire dal programma, ha prodotto l’ennesima soluzione salvifica made in Avs: niente primarie, un candidato o una candidata terzi, capaci di “federare” senza scontentare nessuno. Il nome che circola, quello di Ilaria Salis, ha il sapore consueto di queste operazioni: un’uscita elegante da un problema che nessuno ha davvero voglia di affrontare nel merito.
Perché il punto, prima ancora del nome sul simbolo, è capire su quale programma questa coalizione dovrebbe davvero trovare un accordo. Sulla guerra, il tema che più di ogni altro definisce l’identità politica di un’alleanza, le posizioni restano difficilmente conciliabili, a meno di rifugiarsi in formule bizantine che accontentano tutti sulla carta e nessuno nella sostanza: niente armi, ma qualcuna la mandiamo comunque, il 5% del Pil per il riarmo è troppo, allora fermiamoci al 4 e mezzo, come se la differenza fosse di principio e non solo di percentuale.
Sulla casa, la distanza è altrettanto reale: il modello di calmieramento degli affitti che piace a sinistra e Movimento 5 Stelle, sul tipo di quanto sperimentato a Berlino dalla Linke, convive male con l’approccio più orientato ai fondi immobiliari che ha caratterizzato la gestione Gualtieri a Roma.
E poi c’è la sicurezza, con il decreto Meloni che nessuno, in una coalizione che dovrebbe governare in tempo di riarmo e tensione internazionale crescente, sembra realmente intenzionato ad abolire: avere più strumenti di controllo a disposizione, in fondo, fa comodo a chiunque si trovi a Palazzo Chigi, indipendentemente dal colore politico.
Di fronte a queste divergenze strutturali, la proposta di un candidato terzo che tenga insieme sensibilità inconciliabili non risolve il problema, lo rinvia soltanto, spostandolo dal piano programmatico a quello puramente comunicativo.
Conte si trova ora davanti a un bivio. Se cede a questa mediazione, rischia di perdere la faccia politica prima ancora delle elezioni, accettando una sintesi che appiattisce differenze reali in nome di un’unità di facciata. Se invece non cede, e la rottura diventa pubblica, le elezioni saranno probabilmente più difficili da vincere nell’immediato, ma resterà aperta la possibilità di costruire qualcosa che assomigli davvero a un’alternativa, guardando alla propria sinistra invece che rincorrere l’ennesimo compromesso al ribasso.
Di soccorsi rosé, offerti con la stessa disinvoltura con cui si propone un aperitivo tra amici per evitare una discussione scomoda, se ne sono visti già abbastanza.

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