Etiopia: Abiy Ahmed, Nobel per la pace, governa una polveriera

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Dopo Pretoria l’Etiopia è tornata in guerra: sette formazioni armate contro Abiy Ahmed, droni, truppe eritree e decine di migliaia di sfollati a Moyale. Il Corno d’Africa brucia, e i golfi contano le carte.

Pace sponsorizzata: il disegno di Abu Dhabi sul Corno d’Africa

«Pretoria non è più valida». A pronunciarla, il 23 settembre scorso, è Michael Asgedom, portavoce del TPLF: poche parole che seppelliscono l’accordo firmato nel 2022 sotto l’egida dell’Unione Africana e, con esso, l’ultima parvenza di pace in un paese il cui primo ministro vinse il Nobel per la pace e combatte oggi quasi esclusivamente per via aerea, tra droni e proclami di mobilitazione generale.

Sette bandiere contro una capitale

L’escalation era stata annunciata tre giorni prima. Il 20 settembre, sette formazioni armate hanno proclamato su Tigray TV la Coalizione delle forze etiopi per la sopravvivenza, la cosiddetta Alleanza per la sopravvivenza (EPFAS), con la lettura del documento affidata a Zemene Kassie, leader delle milizie amhara Fano, eletto presidente della coalizione; l’obiettivo dichiarato è rovesciare il Prosperity Party di Abiy Ahmed e insediare un governo transitorio. Nel novero entrano il TPLF con le sue forze di difesa tigraiane, l’Esercito di liberazione oromo (OLA), i Fano, un fronte afar e formazioni del Benishangul-Gumuz; l’adesione del Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden resta contestata tra le sue fazioni e il movimento dei Gumuz ha smentito la propria partecipazione. Di un comando unificato non vi è traccia, ammettono gli analisti dell’International Crisis Group: vi è però un nemico comune, e ai fini bellici basta.

Il 22 settembre i droni governativi hanno colpito Alamata, uccidendo secondo fonti locali quattordici civili in una scuola; il giorno seguente le forze tigraiane hanno occupato gli aeroporti di Mekele, Axum e Shire, interrotto i voli di Ethiopian Airlines verso il nord e aperto fronti in Afar e Amhara, rischiando la strategia già vista nel 2021: stringere il corridoio verso Gibuti, attraverso cui transita il novanta per cento degli scambi del paese.

Il contrattacco federale è stato rapido. Addis Abeba ha annunciato la riconquista di Sekota e Alamata tra il 27 e il 28 settembre, in quest’ultima occasione al prezzo di almeno cinquantadue civili secondo un soccorritore citato dalla BBC; il 3 ottobre l’esercito federale è entrato a Mekele senza combattimento, spingendo il fronte verso nord. Il 7 ottobre testimoni di Reuters e del Guardian hanno confermato l’ingresso di truppe eritree nel Tigray, dopo settimane di accuse reciproche: Addis Abeba sostiene che Isaias Afwerki finanzi e coordini la coalizione, Asmara smentisce, il governo accusa pure Egitto e Sudan, accusazioni respinte da Khartoum.

Il 1 ottobre droni hanno colpito basi aeree nella capitale, l’ambasciata etiope ad Asmara è stata chiusa, il Consiglio di sicurezza dell’ONU si è riunito a porte chiuse il 12 ottobre e Abiy ha insediato il 16 ottobre un governo regionale transitorio a quattro teste, alimentato da esponenti usciti dallo stesso TPLF.

Sullo sfondo, una scissione inscritta nella cronaca: nel 2025 Getachew Reda, negoziatore di Pretoria, è stato estromesso dal partito e poi nominato consigliere del premier; a maggio 2026 il Consiglio per la pace e il cambiamento ha reinstallato Debretsion Gebremichael alla guida del Tigray, provocando restrizioni economiche e una campagna di raid che Human Rights Watch giudica «indiscriminata» per l’attacco del 20 agosto contro un complesso residenziale, possibile crimine di guerra. Nel Tigray, riferisce il Guardian, si arruolano con la forza ragazzi di quindici anni.

Quanto alle potenze esterne, i fatti verificabili superano la propaganda di entrambe le parti. Gli Emirati Arabi Uniti hanno condannato l’offensiva del TPLF il 25 settembre e riaffermato il sostegno al governo federale. Secondo uno studio dello SWP-Berlin, dal 2021 Abu Dhabi ha rifornito Addis Abeba di droni decisivi, erogato prestiti e, dall’autunno 2025, ospita nel Benishangul-Gumuz un campo di addestramento per le Forze di supporto rapido sudanesi, con voli cargo sospetti diretti in Etiopia.

Nessuna fonte attendibile, peraltro, colloca oggi consiglieri israeliani o mercenari emiratini al fronte: il sostegno di Tel Aviv, esistente da decenni, passa per rapporti militari e di intelligence, non per contingenti sul terreno, e su questo punto la ricostruzione circolata va corretta. Nel Sudan, un’inchiesta visiva di Reuters ha documentato a febbraio un campo RSF al confine etiope, e il governo di al-Burhan accusa da marzo Addis Abeba di interferenza. Sulla diga della Grande rinascita, inaugurata senza accordo vincolante con Il Cairo, regna invece il silenzio diplomatico.

A sud, intanto, una bandiera è bastata. Il 18 ottobre, a Moyale, città divisa amministrativamente tra le regioni di Oromia e Somali, il taglio del nastro di un nuovo ufficio regionale e l’innalzamento della bandiera somala hanno acceso scontri tra polizia regionale e milizie oromo: uccisa una ragazzina tredicenne, oltre trentamila persone fuggite in Kenya entro il 26 ottobre secondo l’ACLED e almeno trentaseimila secondo l’ONU al 30 ottobre. Proprio mentre la capitale celebrava la riconquista del Tigray.

Un impero preso a noleggio

L’Etiopia non è più un attore del Corno d’Africa: ne è il piazzale di servizio. Abiy Ahmed combatte per la sovranità nazionale; i bilanci suggeriscono altrimenti. Un paese che ospita sul proprio territorio un conflitto altrui, contratta l’accesso al mare con un principato non riconosciuto, dipende dal corridoio di Gibuti e rinegozia i propri debiti con gli Emirati non conduce una politica propria: la subisce, e la subisce a rate.

Abu Dhabi e Riyad hanno compreso da tempo che nel Corno d’Africa la stabilità si compra con i droni e si affitta con i prestiti; la differenza fra alleato e cliente sta tutta qui, e non volge a favore di Addis Abeba. Anche il disegno di sicurezza israeliano, antico e pragmatico, figlio della collocazione sul bagnasciuga meridionale del Mar Rosso, ne condivide la grammatica, sebbene nessuna bandiera di Tel Aviv sventoli a Mekele.

C’è poi l’altra favola, quella che circola nei comitati per il Nobel. Nel 2019 la pace fra Etiopia ed Eritrea valse ad Abiy Ahmed il premio; quel patto, sponsorizzato da Mohammed bin Zayed con tre miliardi di dollari promessi in crediti e investimenti, fu in verità un accordo di sicurezza contro il TPLF, esattamente la formazione che oggi combatte.

La diplomazia occidentale, chiamata a raccolta dai fatti, risponde con consultazioni a porte chiuse e comunicati; Washington ha condannato la decisione «sconsiderata» dei ribelli ma non dispone di una piattaforma di mediazione credibile, e l’Unione Africana arranca sul proprio terreno.

Il prezzo lo pagano, come accade da un secolo a questa parte nel subimperialismo neocoloniale che la regione conosce bene, i civili di Alamata, di Mekele e di Moyale: quelli che la geografia ha consegnato a una partita decisa altrove, con regole scritte ad Abu Dhabi, a Tel Aviv e, per quel che resta della sua voce, ad Addis Abeba.

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