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Prime pagine stampate prima dello spoglio: i giornali italiani dedicano il 4 novembre ai midterm americani, mentre l’agenda domestica resta sotto la linea di galleggiamento. Personalizzazione su Trump e critica da sinistra a un sistema da cui non si esce: l’affetto dei colonizzati.
La colonia affettuosa
Quando i quotidiani italiani del 4 novembre sono andati in stampa il verdetto americano non era ancora arrivato, il che non ha impedito a quasi tutti di trasferire la prima pagina a Washington. Il Corriere della Sera ha titolato sulla «grande sfida a Trump», Il Mattino su un’America che avrebbe scelto, Il Sole 24 Ore su «Borsa & Mid Term», mentre Il Giornale, con involontaria ironia, ha scelto «Attaccati al Trump» e dava il presidente in recupero. Sky TG24 ha osservato che le edicole risultavano ancora ignare dell’ondata democratica, che La Stampa e Il Messaggero hanno poi raccontato: il Texas riconquistato dal senatore ed ex seminarista James Talarico, primo democratico a prevalere nello Stato dal 1988 secondo ANSA, e i profili emergenti di Jon Ossoff e Keisha Lance Bottoms.
Sul piano dei fatti, le proiezioni dell’Associated Press riportate dalla stampa italiana assegnano ai democratici il controllo di entrambe le camere, con vittorie in territori tradizionalmente repubblicani come Texas, Kansas e Iowa. ANSA parla di «tsunami blu» e registra la reazione di Donald Trump, che ha dichiarato di accettare il voto per poi pubblicare l’immagine di un cappellino con la scritta Mr Veto. Gli elettori, secondo La Vanguardia, hanno votato pensando a inflazione, guerra in Iran e corruzione. Nelle stesse edicole l’agenda domestica offriva la richiesta di processo per Andrea Sempio, le pressioni sui tagli alla scuola e la riunione di Palazzo Chigi sugli attacchi hacker ai supermercati: argomenti presenti, ma ben sotto la linea di galleggiamento di Atlanta e Austin.
Il volto e la fabbrica
L’interesse per un voto che pesa sugli equilibri del pianeta è comprensibile. Ciò che sorprende è il modo di viverlo: si frequenta Austin con la familiarità che si dovrebbe al proprio capoluogo di provincia, si conoscono i candidati dal profilo biografico più simpatico meglio dei propri consiglieri regionali e si attende lo spoglio con la devozione di chi aspetta una sentenza sul proprio destino. Le prime pagine impaginate prima dei risultati ne sono la prova concalmata: l’omaggio precede il verdetto.
L’abitudine più radicata è la personalizzazione. Si guarda una faccia, quella di Trump, e mai l’officina che la produce, come se bastasse sostituire il volto per smantellare la catena di montaggio. Eppure gli elettori, a leggere le cronache, hanno risposto al costo della vita, a una guerra e a un’economia percepita come ostile, cioè a un sistema, non a un temperamento. Il risultato è curioso: il simbolo viene processato con scrupolo, la struttura che lo ha reso possibile resta fuori inquadratura.
La seconda abitudine, quella che pesa di più, è la critica da sinistra a un ordine di cui, bene o male, si vuole restare parte. Si denuncia, si deplora, si analizza con tutti i crismi, sempre dall’interno, con la riserva mentale di non uscirne mai. L’America è il luogo ideale per questo esercizio, perché consente di indignarsi per ciò che accade altrove senza mettere in discussione ciò che qui ci tiene al riparo, e ci regala ogni due anni un nuovo Obama o un nuovo pastore da adottare per l’occasione.
Così si ripetono le stesse cose, le stesse pratiche, sperando ogni volta, chissà come, che producano un risultato diverso. Mentre i colonizzati affettuosi attendono il verdetto di Washington, il dibattito sui nostri tagli, sulla nostra autonomia e sui nostri attacchi hacker si svolge, come sempre, in sala d’attesa.

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