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Trump perde il Congresso: Senato ai democratici, Camera anche ma ancora da confermare ufficialmente. Era già accaduto a Bush nel 2006, e Obama, che nel 2014 perse il Senato (con la Camera già controllata dai repubblicani). Finiscono le grandi leggi, si governa per decreto e col veto, il gabinetto cambia e conta la politica estera.
Il Congresso gli sfugge, il decreto no: Trump governerà da solo
Cosa succede quando un presidente americano perde entrambe le Camere alle elezioni di metà mandato, come sta accadendo a Trump?
Era già successo a Bush nel 2006. A Obama nel 2014 toccò la perdita del solo Senato, perché la Camera era repubblicana dal 2011. Il governo non si ferma, ovviamente, ma una serie di cambiamenti chiave si manifesta quasi subito, e li vedremo già dai prossimi giorni.
In primis, finisce la stagione delle grandi riforme legislative. Si governa per decreto e si ricorre al veto contro i provvedimenti dell’opposizione. Il gabinetto viene in parte rimaneggiato, con i famigerati “rimpasti”, tanto cari alla memoria dei governi italiani della prima repubblica. Il dibattito, dunque, si sposta in misura crescente sulla politica estera. Vediamo i due casi precedenti più indicativi.
Bush (2006): i democratici ottennero una vittoria netta, con Nancy Pelosi alla guida della Camera. Bush sostituì il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e nei due anni successivi pose il veto undici volte, tra l’altro sulla legge che fissava un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq. Quando nel 2008 esplose la crisi finanziaria, dovette trattare con l’opposizione per far approvare il salvataggio delle banche, perché buona parte del suo stesso partito alla Camera non lo sosteneva.
Obama (2014): i repubblicani gli tolsero il Senato e Mitch McConnell, divenuto capogruppo di maggioranza, gli bloccò quasi tutto, fino alla nomina di un giudice della Corte Suprema (Merrick Garland, nel 2016). Obama governò attraverso provvedimenti esecutivi, soprattutto in materia ambientale, e concluse intese che non richiedevano il voto del Senato: la riapertura con Cuba (dicembre 2014), l’accordo sul nucleare iraniano (2015) e l’adesione all’Accordo di Parigi.
Le due vicende mostrano che un presidente indebolito in casa cerca spazio dove il Congresso ha meno presa, cioè fuori dai confini. Trump, senza più leggi e nomine su cui contare, avrà nella politica estera il terreno in cui decidere da solo, e l’Iran, già tra le ragioni della rabbia degli elettori, è il dossier più esposto.
Un Congresso ostile potrà chiedere conto di costi e obiettivi, ma senza i due terzi per superare un veto difficilmente potrà fermarlo. Il rischio è un’escalation, o una trattativa condotta per decreto: Teheran, Mosca e Pechino leggeranno comunque un presidente più fragile.

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