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Prodi insiste sull’esercito europeo come tappa del riarmo, ma una difesa comune non esiste e l’UE finanzia soprattutto la spesa dei singoli Stati. La cambiale politica del “prima le armi, poi l’esercito” rinvia ogni riflessione sull’interesse nazionale italiano e sulla sovranità.
Difesa comune: la cambiale di Prodi la firmano i bilanci nazionali
L’esercito europeo che Romano Prodi continua a invocare non esiste, mentre il riarmo che dovrebbe prepararne la nascita esiste eccome, e in gran parte è finanziato dai bilanci nazionali. L’ex premier ed ex presidente della Commissione europea ha sostenuto a ‘Che tempo che fa’ che il riarmo è «una tappa» per arrivare alla difesa comune, e che serve subito un comando unificato che coordini tutto. Il suo argomento più citato è controfattuale: con un esercito europeo Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina, convinto com’era di trovare un’Europa divisa, e a unirla ci avrebbero pensato gli americani.
In un’intervista al Sole 24 Ore, Prodi aveva già sostenuto che l’adeguamento della spesa militare vada affrontato, ma dopo aver costruito un vero esercito europeo.
Il quadro istituzionale ha una consistenza diversa. Il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, prevede 800 miliardi di euro, di cui 150 in prestiti diretti con lo strumento SAFE e 650 attraverso l’attivazione delle clausole di salvaguardia nazionali del Patto di stabilità. Il ministro Giorgetti ricordò che quella parte si traduce in ulteriore indebitamento nazionale, mentre l’Italia ha chiesto di accedere a SAFE fino a 15 miliardi. Cioè: Bruxelles stimola e autorizza, gli Stati comprano e si indebitano, ciascuno per sé.
La cambiale di Prodi e il sonno degli altri
Una difesa comune senza sovranità condivisa, senza bilancio comune e senza una politica estera unica è un fantasma istituzionale. Prodi lo ammette quando riconosce che la volontà non c’è, e la sua strategia ricorda una cambiale politica a scadenza indefinita: prima il riarmo, poi l’esercito, poi, si vedrà, le istituzioni. L’allargamento a Est insegna come vada a finire quando le riforme vengono rimandate, e lo ricorda lui stesso.
Anche l’argomento che regge tutta la sua tesi, quello per cui l’aggressione russa sarebbe stata evitata da un esercito comune, è una scommessa su un passato che non esiste. Possiamo attribuirgli la benevolenza di chi pensa all’Europa come progetto di pace; resta il fatto che spiegare una guerra con l’assenza di un esercito sposta il dibattito dalla diplomazia, dai fallimenti dell’architettura di sicurezza e dalle responsabilità di tutti, sulla questione delle armi da comprare. È una narrazione confortevole per chi guida le economie del riarmo e sgradevole per chi ricorda che la sicurezza non si compra soltanto in missili.
Sarebbe tuttavia riduttivo liquidare l’idea come mera vulgata atlantista. Prodi ipotizza persino un’Europa che farebbe da sola, chiede il voto a maggioranza qualificata superando l’unanimità e non esclude una forza fuori dalla NATO.
La domanda da porsi è dunque un’altra: se l’esercito europeo è un orizzonte lontano, quale interesse nazionale difende nel frattempo l’Italia? Rimandare la riflessione sul nostro posto nel Mediterraneo, sul rapporto con una Washington instabile, sulla Cina e sulle guerre del Medio Oriente in attesa di un comando unico che nessuno sta costruendo significa trasformare il sogno europeo in un sedativo.
Una politica estera appaltata, una difesa pagata a debito e un Paese convinto che qualcun altro, prima o poi, deciderà per lui.

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