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Polonia in crisi: la giudice Korwin-Piotrowska sospende per un mese il presidente della Corte Swieczkowski, la polizia presidia l’edificio e Nawrocki rientra dal Senegal. Governo Tusk e PiS rivendicano la stessa Costituzione. Il diritto ripristinato a colpi di ordinanza è già un conflitto.
Varsavia, due Corti e nessun arbitro: il golpe lo fanno tutti
Una giudice che firma un provvedimento, una sospensione di un mese, la polizia schierata attorno alla Corte e un presidente della Repubblica che interrompe la visita in Senegal per rientrare a Varsavia: la Polonia ha trasformato una disputa sui giudici in un duello tra poteri dello Stato. A prendere il controllo degli uffici sono stati i magistrati eletti dalla maggioranza di Tusk, che hanno sospeso il presidente Bogdan Swieczkowski e il suo vice Bartlomiej Sochanski.
Il provvedimento porta la firma di Anna Korwin-Piotrowska, che si è messa a capo della Corte e ha sospeso Swieczkowski per un mese, mentre la polizia gli impediva di entrare nell’edificio. Il governo motiva la mossa con il blocco dei nuovi giudici: cinque di loro, tra cui la stessa Korwin-Piotrowska, non sono riusciti a prestare giuramento davanti a Nawrocki, e in questi mesi non sono mai stati messi in condizione di lavorare. Per il PiS e per il capo dello Stato, invece, il presidente legittimo resta Swieczkowski, ex viceministro della Giustizia con il PiS.
Davanti alla sede i sostenitori del partito nazionalista hanno gridato «Tusk traditore»; Nawrocki, atterrato a Varsavia alle 21.43, ha raggiunto la Corte dopo mezzanotte, entrando tra spintoni con alcuni giudici. Il presidente ha parlato di violazione dell’ordine costituzionale e di occupazione forzata di un organo dello Stato. Il premier ha replicato che non può esserci compromesso con l’illegalità, sostenendo che la sospensione serve a restituire legittimità al tribunale.
Il quadro risale a una frattura più antica. Dal 2015 al 2023 il PiS è stato accusato di aver piegato le istituzioni giudiziarie alla politica, e una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha giudicato il tribunale non indipendente né imparziale, a causa delle nomine decise dal governo Morawiecki.
Lo stato di diritto a colpi di ordinanza
Il paradosso è raffinato: per ripristinare la legalità, il governo ha scelto un’ordinanza contestata, eseguita con l’ausilio degli agenti antisommossa. Se l’indipendenza della magistratura si difende commissariando il presidente di una Corte con un atto che metà del Paese considera nullo, il rischio è che il rimedio somigli alla malattia. Tusk ha ragione quando ricorda che un tribunale zeppo di nomine politiche difficilmente garantisce terzietà, e le sentenze europee gli danno una base solida. Ma una base giuridica non basta quando la procedura appare, a occhi non soltanto polacchi, come una presa di possesso.
Dall’altra parte il quadro non è meno comico. Il partito che per otto anni ha riempito la Corte di fedelissimi si scopre oggi custode della Costituzione, e lo fa con rosari in mano e striscioni contro i traditori. Una conversione che farebbe invidia ai più zelanti penitenti, benedetta da un leader che accusa il governo di aver trasformato il Paese in uno Stato di polizia, dimenticando forse come furono usate le istituzioni quando comandava lui.
Lo scontro mostra soprattutto quanto sia diventato elastico il concetto di stato di diritto: ciascuno lo invoca, nessuno lo rispetta quando non gli conviene. Il presidente che impedisce a cinque giudici di assumere servizio e il governo che li insedia con la forza rivendicano la stessa Costituzione, e si accusano a vicenda di golpe con il tono di chi ha già deciso l’esito del processo.
Nel mezzo restano i cittadini, che non hanno più un arbitro riconosciuto da entrambe le parti, e un’Europa che per anni ha fatto la morale a Varsavia senza chiedersi come si restituisca la legalità a un sistema in cui ogni riforma sembra una rappresaglia. Se l’indipendenza dei giudici è una cosa seria, nessuno dovrebbe avere la tentazione di trattarla da bottino.

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