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Gas sopra i 100 euro, benzina a 2 euro, inflazione italiana al 4,1%: la guerra all’Iran presenta il conto all’Europa mentre Washington e Tel Aviv valutano un secondo round dopo le midterm ma il costo ricade sui Paesi che non decidono nulla.
Chi decide la guerra non paga il gas
Gas europeo sopra i 100 euro al megawattora, benzina a 2,03 euro al litro, inflazione italiana al 4,1%: il conto della guerra all’Iran è arrivato sui tavoli degli italiani prima ancora che Washington e Tel Aviv abbiano deciso la prossima puntata. Il 30 ottobre il gas al Ttf è tornato oltre quota 100 euro, livello che non si vedeva dal 2022, e Intesa Sanpaolo non esclude i 140 euro nell’ultimo trimestre dell’anno nello scenario peggiore. L’Italia, che importa il 73,9% del proprio fabbisogno energetico, è tra i Paesi più esposti.
Secondo Confindustria la benzina è salita del 26% rispetto al minimo di gennaio, e ad agosto il gas europeo costava quasi otto volte quello americano. Eurostat stima per settembre un’inflazione al 3,8% nell’area euro e al 4,1% in Italia. Il Pil, nello scenario di Confindustria, cresce dell’1% nel 2026 e rallenta allo 0,6% nel 2027.
Sul fronte politico, i mediatori qatarioti hanno condotto oltre dodici ore di colloqui a Teheran per evitare un’escalation dopo le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre.
Secondo Axios, Washington e Israele starebbero preparando un’offensiva aerea della durata massima di una settimana, con obiettivi che comprendono i vertici iraniani, gli impianti nucleari, i siti energetici e altre infrastrutture.
Sarebbero già atterrati in basi israeliane dieci velivoli cargo americani partiti da Fort Bliss, mentre le autocisterne statunitensi risultano schierate in Israele e un gruppo navale con portaerei, che imbarca circa 9.000 militari, si trova a pochi giorni di navigazione. Ai Paesi del Golfo sarebbe stato comunicato di prepararsi a un’operazione breve ma intensa.
Il disegno richiama Instant Thunder, la dottrina aerea della Guerra del Golfo del 1991 fondata sul bersagliamento per cinque anelli, qui condensata in pochi giorni secondo il ritmo imposto da Trump.
Da trentacinque anni l’Iran studia il modo in cui gli Stati Uniti conducono questo tipo di conflitti e avrebbe già simulato possibili ritorsioni contro le infrastrutture idriche del Kuwait, gli impianti petroliferi sauditi e l’aeroporto di Riad. Anche una guerra aerea di sette giorni potrebbe dunque lasciare strascichi economici per mesi.
Pur volendo Stati Uniti e Israele un conflitto rapido, Teheran ha tutto l’interesse a estenderlo su più fronti e a prolungarlo, per infliggere – asimmetricamente -il massimo costo economico e politico. Ne deriverebbero rischi più alti per il prezzo del petrolio, le bollette del gas, i tassi sui mutui, i fondi pensione e i mercati finanziari, fino alla primavera, e lo scenario potrebbe spingersi fino a una recessione globale.
Servi sciocchi, padroni a costo zero
Le immagini di riposizionamenti della flotta americana nel golfo indicano una tale quantità di materiale bellico che è difficile immaginare sia stato sportato solo per far pressione. Dunque, l’ipotesi che Trump e Netanyahu, pur di restare in sella, in difficoltà elettorale sarebbero pronti a un secondo round, è un’ipotesi politicamente plausibile seppur non documentabile: gli elementi disponibili parlano di pressioni israeliane, preparativi americani e una scadenza elettorale. Ma la coincidenza di calendario rende legittimo un sospetto che i portavoce faticano a dissipare, perché una guerra ha il pregio di far dimenticare i bilanci, salvo poi presentare quelli energetici ai cittadini altrui.
Un conflitto promosso a Washington e a Tel Aviv, con un’energia che negli Stati Uniti non rincara e in Europa schizza di otto volte, produce un trasferimento di ricchezza. Gli americani esportano gas e armi, gli europei pagano la differenza e applaudono alle conferenze stampa. Servi sciocchi è un’espressione brutale, ma non priva di fondamento quando l’alleato più forte decide il calendario e il più debole tiene aperti i bilanci pubblici.

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