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L’Italia si astiene per la prima volta in 34 anni sulla risoluzione ONU contro l’embargo a Cuba: 130 sì, 17 no, 25 astenuti. Roma cita i diritti umani e l’Ucraina, Washington applaude. A L’Avana intanto blackout, ospedali senza farmaci e sanzioni più dure. Il conto lo paga la popolazione.
L’Italia si astiene e Washington ringrazia: Cuba paga il conto
Con 130 voti favorevoli, 17 contrari e 25 astensioni, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato la risoluzione che chiede di porre fine all’embargo statunitense contro Cuba. Il risultato certifica un netto calo dei consensi rispetto al passato, ma per l’Italia il dato che pesa è un altro: per la prima volta in 34 anni Roma si è astenuta, rompendo una linea che aveva attraversato governi di ogni colore. Con l’Italia si sono sfilati Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia.
La Farnesina ha motivato la scelta con una nota in cui si dice preoccupata per i diritti umani a Cuba e convinta che vada accelerato un cambiamento con le autorità dell’isola, pur riconoscendo che l’embargo produce conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. Il documento deplora inoltre la posizione dell’Avana sulla guerra russa in Ucraina e conferma la prosecuzione dei progetti di cooperazione sul campo.
Washington ha accolto il voto con piena soddisfazione per la triplicazione dei Paesi che hanno cambiato rotta, mentre i parlamentari del Partito Democratico in commissione Esteri hanno parlato di ennesimo atto di sudditanza del Governo Meloni a Trump. L’Arci ha definito la scelta una complicità con una «punizione collettiva».
Il voto dell’Assemblea non è vincolante e solo il Congresso americano può revocare l’embargo. Il contesto, intanto, è quello di un’isola in ginocchio. Il carburante sta finendo da gennaio, quando Trump ha minacciato dazi a chiunque vendesse petrolio all’Avana, e a inizio maggio sono arrivate nuove sanzioni su energia, difesa, finanza e metalli. La rete elettrica è collassata più volte, con blackout nazionali ancora ad agosto. Gli ospedali, quando funzionano, non hanno praticamente medicine, e le deroghe americane per alcune vendite al settore privato escludono gli ospedali pubblici, che non possono rifornire i generatori d’emergenza.
Il rigore morale a corrente alternata
Si può discutere di tutto, compreso il carattere del governo cubano, ma la motivazione ufficiale ha il fascino delle toppe cucite in fretta. Roma rimprovera all’Avana la linea sull’Ucraina, come se il principio di non punire i civili per i peccati dei governanti valesse a condizione di una pagella geopolitica aggiornata ogni autunno. Colpisce anche la coerenza della postura: il governo che si commuove per i diritti umani cubani è lo stesso che accetta l’assistenza di medici cubani nelle strutture sanitarie regionali, come in Calabria, secondo quanto ricordato dalle opposizioni. Un’attenzione ai diritti umani apprezzabile, purché si manifesti nel momento in cui conviene a Washington.
Né regge l’argomento secondo cui, trattandosi di un voto simbolico, la sostanza non cambia. È esattamente il contrario: proprio perché non produce effetti pratici, l’astensione è una scelta puramente politica, il prezzo che si paga per essere visti dalla parte giusta quando la Casa Bianca conta chi c’è. Il ministro Tajani non mancherà di spiegarci che si tratta di una valutazione ponderata, di una scelta di equilibrio, di una decisione maturata nell’interesse nazionale.
Resta da capire quale interesse nazionale sia servito da un voto che non sposta di un millimetro l’embargo e sposta parecchio la reputazione di un Paese che, per più di trent’anni, aveva trovato il coraggio di dissentire da un alleato senza smettere di esserlo.

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