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Roma si avvicina alle elezioni tra una maggioranza moderata che punta sulla continuità di Gualtieri e una sinistra sociale frammentata, combattiva ma senza rappresentanza. La sfida è trasformare energie disperse in una forza politica capace di incidere.
La sinistra romana c’è, ma non sa diventare politica
Forse non dovrei. Sì, forse non dovrei sollevare dubbi perniciosi e sollecitare riflessioni scomode. Ma la mia inquietudine politica sta prendendo il sopravvento su riluttanze e scetticismi e incautamente mi spinge a scrivere i miei rovelli politici. Francamente, non so quanto possano interessare o quanto invece finirebbero per disperdersi. Ma tant’è, sono ormai davanti a questo schermo e provo a vedere cosa viene fuori.
Nella storia della nostra repubblica ci sono stati diversi momenti cruciali, in cui è stata messa a rischio la sua tenuta democratica. Ecco, anche oggi stiamo transitando lungo uno di questi momenti. Ma, a differenza del passato, le forze politiche che dovrebbero orientare e guidare la battaglia contro chi insidia e già manomette l’assetto costituzionale appaiono tristemente inadeguate e, soprattutto, incapaci di rappresentarsi come un’alternativa credibile. E non sto parlando di programmi che non decollano o di risibili primarie. È l’insieme del prospetto politico che non convince, è il suo profilo soggettivo che appare manchevole e carente. Rischiando così di disperdere e allontanare il consenso popolare, oltreché affievolire l’indispensabile tensione sentimentale.
Ed è sostanzialmente inutile dilungarsi in critiche e recriminazioni: potremmo elencarle all’infinito. Oggi le forze democratiche sono quello che sono: esito di errori, contraddizioni e malintesi. Ma esito anche dell’incapacità delle sinistre di unificare le proprie forze e attestarsi su una significativa consistenza.
Senza andare troppo lontano, osserviamo come Roma si stia avvicinando alle prossime elezioni. L’attuale maggioranza che governa la città ricandiderà il sindaco Gualtieri, in continuità con quanto realizzato (o non realizzato) nel quinquennio precedente. Il problema è che questa “continuità” ha un’impronta sfacciatamente moderata, che infatti produce diverse e in alcuni casi acute criticità: rilevate, animate e rivendicate dai settori più consapevoli e combattivi della città. E cioè l’esteso arcipelago della sinistra sociale e culturale, intesa come associazioni, movimenti, comitati territoriali, collettivi studenteschi, realtà civiche: quell’insieme di esperienze critiche e spesso conflittuali con le politiche comunali, impegnate in grandi e piccole vertenze che si trascinano di anno in anno e che continuamente qua e là si accendono.
È una ramificazione diffusa di soggettività combattive, che a stento trova ascolto politico o istituzionale, un ascolto tuttavia quasi mai conseguente e produttivo. Per quanto imponente, questa presenza molecolare sconta tuttavia un limite: il suo disperdimento. Forse inevitabile, per le diverse specificità che ogni realtà persegue, ma comunque dannoso perché ostacola e spesso impedisce aggregazioni più ampie e dunque più incisive.
Eppure, se questo insieme di energie e vivacità, di passione e generosità riuscisse a comporsi in un qualche combinato coordinato, i rapporti di forza potrebbero cambiare. Sicuramente in meglio. E laddove quest’impresa si rivelasse possibile, chi raccoglierebbe questa spinta e per farci cosa?
Di sicuro senza nuove intelligenze, senza nuovi entusiasmi, la politica romana risulterà sempre più impigrita e manchevole. E in molti (io tra questi) continueranno sterilmente a recriminare e disperarsi.

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