Lagarde scappa prima del voto francese e lascia il conto all’Europa

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Lagarde lascia la BCE il 7 febbraio 2027, nove mesi prima della scadenza, con l’inflazione quasi doppia del target. La mossa libera i governi di scegliere il successore prima delle presidenziali francesi. Tra Tapie, Grecia e spread, l’addio racconta più il sistema che la persona.

Lagarde, un addio scritto sul calendario elettorale

Nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, Christine Lagarde ha informato il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa che lascerà la presidenza della BCE il 7 febbraio 2027. L’annuncio è arrivato a poche ore dalla riunione che ha lasciato i tassi al 2,5%, con un’inflazione quasi doppia rispetto all’obiettivo. Il mandato, iniziato nel novembre 2019, sarebbe scaduto il 31 ottobre 2027.

Il comunicato della banca non fornisce alcuna motivazione, limitandosi a registrare la lunga ovazione dei colleghi. In conferenza stampa Lagarde ha parlato del bisogno di libertà di espressione e di impegno su temi che esulano dalla politica monetaria, a pochi mesi dalle presidenziali francesi. La lettura prevalente è più prosaica: anticipando il passo, permette ai governi di negoziare la successione prima del voto della primavera 2027 ed evita che a decidere sia Marine Le Pen, data in testa dai sondaggi.

Costa ha già avviato la procedura, mentre la tedesca Isabel Schnabel passerà al FMI a gennaio e il mandato del capoeconomista Philip Lane scade a maggio. Anche la poltrona di Davos pesa nel quadro: il quotidiano svizzero NZZ ha riferito di una sua disponibilità a guidare il World Economic Forum nel 2027, sebbene fonti del Forum descrivano ormai la nomina come meno scontata di prima.

Il bilancio di una tecnocrate

Il dossier d’accusa è noto, e in larga parte documentato. Nel caso Tapie la Corte di giustizia della Repubblica la ritenne colpevole di negligenza nel 2016, senza infliggerle alcuna pena, per l’arbitrato che regalò all’imprenditore 403 milioni a carico dello Stato. Non fu mai accusata di averne tratto vantaggio personale, ma la lettera con cui si metteva a disposizione di Sarkozy, emersa dopo la perquisizione del 2013, resta un reperto di rara eloquenza. Chi cerca un manuale di sobrietà istituzionale deve rivolgersi altrove.

In Grecia, da direttrice del FMI, nel 2012 confessò al Guardian di pensare più ai bambini di un villaggio del Niger che agli ateniesi e, alla domanda se fosse arrivata l’ora di pagare il conto, rispose senza esitazioni di sì. Pochi giorni dopo si rammaricò che le sue parole fossero state fraintese. Il punto è che, mentre la Grecia perdeva circa un quarto del Pil e vedeva la disoccupazione oltre il 27%, il Fondo ammise nel 2013 di aver sbagliato le stime sui moltiplicatori fiscali: una rettifica contabile che ai greci arrivò con qualche anno di ritardo.

Il 12 marzo 2020, a pandemia dichiarata, pronunciò la frase sugli spread, e Piazza Affari perse il 16,92%, la peggiore seduta di sempre. Per equità va ricordato che quel giovedì furono anche le mosse di Trump e l’OMS a spaventare i mercati, e che la BCE varò pochi giorni dopo il programma pandemico da 750 miliardi. Sull’inflazione, infine, la definizione di “transitoria” del 2021 ha preceduto il 10,6% di ottobre 2022, seguito dalla stretta più rapida della storia dell’istituto, pagata da famiglie e imprese con mutui più cari.

Sostenere che sia la peggiore governatrice di sempre è un giudizio forse troppo tranchant, e la concorrenza non manca: basta ricordare Trichet che alza i tassi nel 2011 mentre l’eurozona vacilla. I suoi difensori ricordano la tenuta dell’euro nella pandemia e lo shock energetico che nessuna banca centrale poteva evitare. Ma concentrare la rabbia su un volto è un esercizio consolatorio, perché consente di non guardare l’architettura. Un’istituzione svincolata dal voto per trattato, con un mandato ossessionato dai prezzi e senza un bilancio comune a fare da contrappeso, non l’ha disegnata Lagarde: l’hanno firmata governi eletti, che poi hanno comodamente delegato il lavoro sporco.

La conferma sta nell’uscita di scena. La banca più indipendente del continente sceglie la data dell’addio guardando i sondaggi francesi, il Consiglio europeo ne sceglierà l’erede secondo l’equilibrio tra capitali, e la presidente uscente guarda già a una poltrona nel salotto buono della globalizzazione. Chiamarlo sistema tecnocratico è quasi un complimento, dal momento che di tecnico, in questa vicenda, c’è soltanto il linguaggio. Il resto è politica, e la si fa molto bene quando nessuno ha il diritto di votarla.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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