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Washington avverte i Paesi del Golfo: dopo le midterm del 3 novembre una campagna «breve e intensa» contro l’Iran. Portaerei, Marines e Patriot già in movimento, ma nessun attacco prima del voto. Una guerra che sa aspettare le urne non è difesa: è un calendario del crimine.
Il calendario di una guerra che non è mai finita
«Potremmo fare un’altra piccola Epic Fury, oppure si metteranno d’accordo»: Donald Trump ha riassunto così, in un comizio in Florida, la prospettiva di una nuova guerra con l’Iran. La formula, che sembra uscita da un catalogo di saldi, è l’ultimo tassello di un’operazione che i dispacci descrivono con una precisione poco compatibile con l’improvvisazione.
Il Wall Street Journal riferisce che gli Stati Uniti hanno avvertito diversi Paesi arabi del Golfo di prepararsi a un’operazione militare breve ma intensa contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Trump non ha ancora deciso, ma propenderebbe per attacchi su larga scala contro infrastrutture, anche energetiche, siti nucleari e capacità missilistiche e di droni.
Gli americani starebbero schierando un’altra batteria di Patriot e ritirando le truppe dalle basi più vulnerabili, in previsione di una rappresaglia iraniana. I piani prevedono l’arrivo di un altro gruppo d’attacco di portaerei e di un’unità di spedizione dei Marines, e secondo la CNN gli Stati Uniti sarebbero pronti a lanciare l’operazione entro 96 ore dall’ordine di Trump.
La Casa Bianca aveva in precedenza assicurato che nessun attacco sarebbe avvenuto prima delle midterm. Un portavoce dell’amministrazione ha dichiarato di non commentare piani militari sensibili e che il presidente tiene sul tavolo tutte le opzioni perché l’Iran non abbia mai un’arma nucleare.
La guerra era cominciata a febbraio, condotta con Israele, e da allora Trump ha imposto un blocco navale all’Iran per privarlo dei ricavi del petrolio. L’8 aprile Washington e Teheran avevano concordato una tregua di due settimane, mediata dal Pakistan. Allo scadere dei 60 giorni previsti dalla legge sui poteri di guerra, il primo maggio, Trump ha sostenuto che le ostilità fossero cessate, nonostante la prosecuzione degli attacchi e il blocco dei porti iraniani.
A giugno il Senato ha approvato per 50 voti a 48 una risoluzione che chiede di fermare le ostilità senza l’autorizzazione del Congresso, per la prima volta approvata da entrambe le Camere, ma non vincolante. A settembre i senatori repubblicani hanno bloccato un’altra risoluzione, mentre la Camera ne approvava una con 220 voti, compresi sette repubblicani; il diesel superava i 6,50 dollari al gallone. In maggio un sondaggio Fox registrava il 60% degli americani contrari alla guerra.
La diplomazia, intanto, fa il suo corso: secondo il Wsj Vance avrebbe scritto a Teheran per riavviare i colloqui, mentre i mediatori cercano di sbloccare lo stallo per evitare che il conflitto riparta dopo le elezioni. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che un nuovo attacco produrrebbe agli Stati Uniti un fallimento strategico ancora maggiore. Dopo il voto israeliano, anche Netanyahu fa sapere di essere pronto ad attaccare di nuovo con Trump.
Una guerra con l’agenda sul tavolo
Nel lessico del diritto internazionale la legittima difesa ha un requisito elementare: l’urgenza. L’articolo 51 della Carta dell’Onu presuppone un attacco armato, e perfino la lettura più estensiva, quella dell’autodifesa preventiva, chiede una minaccia imminente, tale da non lasciare né scelta di mezzi né tempo per riflettere. Una minaccia che può attendere il 4 novembre, e che consente agli alleati di essere avvisati con un mese di anticipo, mostra il contrario: ha avuto tempo per essere deliberata. Chi la considera un’emergenza dovrebbe spiegare come mai l’emergenza abbia scelto di non interferire con lo spoglio.
Gli argomenti dell’amministrazione sono che l’Iran conserverebbe centinaia o migliaia di missili e starebbe assemblando nuovi balistici con componenti stoccati, secondo il Wsj, e il programma nucleare resta il casus belli dichiarato. Ma l’obiettivo di «finire il lavoro», comunque lo si voglia chiamare, descrive più un’imposizione di condizioni a uno Stato che una difesa, e l’articolo 2(4) vieta proprio la forza usata per piegare l’indipendenza politica altrui. Se nel 1945 l’Occidente chiamò crimine contro la pace la pianificazione e la preparazione di una guerra di aggressione, il precedente è scomodo per chi oggi sceglie una data.
Il diritto interno non è più generoso. La Costituzione affida al Congresso il potere di dichiarare la guerra, e il Congresso ha votato due volte per fermarla, senza che nessuno se ne sia accorto in modo vincolante. Trump non attende l’autorizzazione dei parlamentari: attende gli elettori, che è un modo di rispettare il popolo senza chiedergli il permesso.
C’è poi la contabilità politica. Con il 60% di contrari, il gasolio alle stelle e un partito che comincia a perdere pezzi, lanciare le bombe prima del voto sarebbe stato un autogol, mentre farlo dopo diventa un investimento a rendimento differito. La guerra si trasforma in un prodotto da immettere sul mercato a saldi elettorali conclusi. E il copione non cambia per i partner: gli alleati del Golfo vengono avvisati con un calendario e invitati a preparare le difese, mentre i loro cittadini apprenderanno il resto dalle prime sirene.
Nemmeno la diplomazia fa eccezione. Trump stesso ha ricordato che, di solito, è proprio quando i negoziati riprendono che arriva un nuovo attacco: le trattative funzionano come il preavviso di un licenziamento. Quanto al dopo, nessun comunicato spiega come si riapra Hormuz, né che cosa accadrà se Teheran colpirà davvero gli impianti energetici del Golfo, come promette. A Bruxelles, dove si discute di chi debba telefonare a Putin, resta da capire chi telefonerà a Washington.

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