Telefonare a Putin disturba, riarmarsi no: la diplomazia secondo Bruxelles

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Stubb e Støre chiamano Putin per 90 minuti, e Danimarca, Svezia e Roma si irritano: iniziativa non coordinata. Sul riarmo nessuno chiede chi coordini: 150 miliardi di prestiti Safe e il 5% Nato. La diplomazia è protocollo, la guerra è bilancio.

Chi chiama Mosca divide l’Europa, chi compra armi la unisce

Novanta minuti al telefono con Putin, e a irritarsi sono stati i vicini di casa: martedì 27 ottobre Alexander Stubb e Jonas Gahr Støre hanno parlato con il presidente russo da Helsinki, nella stessa città in cui, per la riunione del Consiglio nordico, si trovavano anche i premier di Danimarca e Svezia.

Per Stubb era la prima conversazione con Putin, mentre Støre non lo sentiva dal marzo 2022. La telefonata è seguita all’incontro del 20 ottobre a Oslo con Zelensky e con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e subito dopo i due leader hanno chiamato il presidente ucraino per aggiornarlo. Stubb l’ha definita franca e di sostanza, il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov approfondita. Entrambi hanno precisato di aver parlato come leader dei rispettivi Paesi e non a nome dell’Europa, e Støre ha aggiunto che gli alleati erano stati informati. Secondo Ushakov si è parlato anche di una ripresa dei colloqui trilaterali a novembre ad Abu Dhabi.

La premier danese Mette Frederiksen si è detta molto scettica per un’iniziativa non concordata con nessuno e ha ammesso di non sapere che cosa i due Paesi pensino di ottenere. Il premier svedese Ulf Kristersson ha espresso dubbi con toni più morbidi, avvertendo del rischio di dividere la voce europea. Fonti di Palazzo Chigi hanno osservato che in Europa non c’è ancora un accordo su chi debba rappresentarne gli interessi nel negoziato, e che l’Unione non può continuare a muoversi in ordine sparso e in formati che cambiano di settimana in settimana, pena la perdita di peso. Secondo Il Messaggero, a Bruxelles molti la pensano allo stesso modo, anche se per lo più in silenzio. Il Telegraph ha scritto che la chiamata ha provocato una frattura e ha fatto il gioco del Cremlino.

Sul versante opposto nessuno lamenta disordine. Il 27 maggio 2025 il Consiglio ha adottato lo strumento SAFE, fino a 150 miliardi di prestiti garantiti per cofinanziare acquisti comuni di armamenti. L’Italia prepara una richiesta di 14,9 miliardi entro fine anno, e gli Stati europei della Nato si sono impegnati ad arrivare entro il 2035 al 5% del Pil, di cui il 3,5% per la difesa di base. Nel 2024 la spesa militare dei Paesi Ue è stata di circa 326 miliardi, oltre il 30% in più rispetto al 2021.

Chi parla per l’Europa, e per dire che cosa

«Chi parla a nome dell’Europa?» è la domanda che Palazzo Chigi pone con la serietà di chi scopre l’acqua calda: nessuno, da anni, e non per distrazione. L’Unione ha moltiplicato le voci, fra presidenti, alti rappresentanti, cancellieri e premier, e ha evitato di decidere che cosa voglia ottenere. Si chiede un negoziatore con un mandato chiaro, ma sul contenuto del mandato non ci si sbilancia: parlare a nome dell’Europa per ottenere cosa? La risposta resta in bianco, perché è lì che l’accordo manca davvero.

La critica di metodo ha poi una venatura comica. Le obiezioni arrivano da chi si trovava a poche stanze di distanza, mentre Støre assicura che gli alleati erano informati e Frederiksen sostiene di non aver saputo nulla. L’iniziativa, per giunta, nasce da un incontro a Oslo cui partecipavano Zelensky e l’inviato di Trump: gli unici tenuti all’oscuro, a quanto pare, sono quelli che si lamentano. Quanto a Stubb, che nel 2024, in campagna elettorale, aveva escluso di rispondere a una telefonata di Putin, ha scoperto che la diplomazia, a differenza degli slogan, richiede un telefono.

Il vero paradosso è un altro. In un’Europa che non riesce a concordare chi debba telefonare, il coordinamento funziona benissimo quando si tratta di spendere: prestiti comuni, soglie fissate al decimale, un calendario fino al 2035. Nessun leader ha lamentato un difetto di coordinamento nell’acquisto di droni, e nessuno ha chiesto un mandato chiaro per decidere quanto mettere nei bilanci. L’unità di intenti si manifesta nei capitoli di spesa e scompare davanti a un apparecchio telefonico: la diplomazia è un problema di protocollo, la guerra un affare di bilancio.

Il risultato della chiamata è modesto: il Cremlino ha ribadito che una pace durevole richiede di tenere pienamente conto dei suoi interessi legittimi e ha attribuito a Ue e Nato la responsabilità di prolungare il conflitto, mentre Støre ha parlato di grandi divergenze. Nulla di sorprendente, e proprio per questo il confronto serve: sapere che cosa vuole l’altro è l’unico modo per decidere che cosa offrire. Un’Europa che si offende perché due vicini hanno chiesto a Mosca che cosa voglia, dopo averlo ignorato per anni, rischia di ritrovarsi con un mandato perfettamente coordinato e nessun interlocutore.

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