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Roma, liceo Giordano Bruno: la Digos porta sette ragazzi in commissariato per un’occupazione mai partita. Dopo migliaia di identificazioni nei cortei, la stretta sui minorenni entra in classe.
Occupi la scuola, finisci in questura
Sette ragazzi caricati sulle volanti per un’occupazione che non era nemmeno cominciata: è il bilancio con cui, lunedì 26 ottobre, il liceo Giordano Bruno del Tufello, a Roma, ha scoperto la nuova frontiera dell’ordine pubblico.
Secondo la Rete degli studenti medi, la polizia è intervenuta nell’istituto su chiamata della dirigenza scolastica. La Questura riferisce che l’intervento, intorno alle 14, è scattato dopo la segnalazione – non confermata – di un gruppo di giovani a volto coperto e con catene, che sette ragazzi non iscritti alla scuola sono stati identificati e accompagnati in commissariato, e poi riaffidati ai genitori; un secondo gruppo di cinque è stato identificato nel giardino perimetrale.
Gli studenti raccontano un’altra scena: documenti mostrati, ragazzi caricati sulle auto di servizio e solo quattro arrivati in commissariato, mentre gli altri sono stati fatti scendere dopo una mediazione con la Questura, grazie anche al blocco stradale dei compagni e all’intervento dell’assessore del III Municipio Luca Blasi. La Rete parla di un fatto mai accaduto, cioè occupanti minorenni portati in questura dopo l’identificazione, e la Flc Cgil ha espresso ferma condanna.
La giornata ha visto una raffica di occupazioni a Roma, fra cui Tasso, Argan, Via Ripetta, Margherita di Savoia e Piaget, mentre il 30 ottobre sono annunciate proteste in tutta Italia. Il contesto è quello di una settimana di controlli senza precedenti: secondo La Notizia, sabato 24 ottobre 371 persone sono state portate negli uffici di polizia, 110 minorenni; a Milano le identificazioni sono state 2.885, 167 gli accompagnamenti in Questura e 56 i minori. Il sabato precedente, a Milano, i minori fermati erano stati 35, e su 24 convalide il Tribunale per i minorenni ne ha mandati tre in carcere. L’Osservatorio Repressione parla di 4.292 identificazioni e 371 fermi preventivi, circa un terzo a carico di minorenni.
La scuola come questura distaccata
Va dato conto della versione ufficiale: catene e volti coperti non sono un dettaglio, e chi li denuncia non è tenuto a tacere. Ma il punto non è se quei ragazzi fossero angeli, bensì perché, dopo l’identificazione, sia stato necessario portarli in commissariato. Se sono stati riconosciuti nel cortile, il passaggio successivo non serviva a stabilire chi fossero: serviva a fare dell’ordine pubblico una “pedagogia” che ha una norma alle spalle, l’estensione dei casi di accompagnamento e trattenimento introdotta con il decreto di pochi giorni fa, che affida a un’ampia discrezionalità ciò che un tempo bastava a una telefonata ai genitori. I legali dei manifestanti segnalano motivazioni molto generiche per i fermi preventivi e un rischio di schedatura di massa, perché chi viene accompagnato è fotosegnalato come in un arresto.
C’è poi un attore che nel dibattito resta in ombra: la dirigenza. Una scuola è una comunità educante, e consegnarla alla polizia, per usare l’accusa della Rete, rappresenta un fallimento prima ancora che una scelta di sicurezza. Non conosciamo il punto di vista della dirigente, che potrebbe aver temuto per l’incolumità di tutti, e non lo daremo per scontato. Ma quando l’unico strumento di mediazione di un liceo è la Digos, la scuola ha già rinunciato al proprio mestiere.
Resta il quadro. Le richieste degli studenti, il caro studio, il tetto del 30% per gli alunni senza cittadinanza, il riarmo a scapito del welfare, ricevono come risposta identificazioni, volanti, in una gara repressiva a chi porta più minorenni in commissariato. Non occorre attribuire un’intenzione precisa: basta guardare l’effetto, che è dissuadere chi pensa di partecipare allo sciopero di venerdì.

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