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L’etichetta «proPal» rischia di trasformarsi in uno stigma politico e sociale, associando il dissenso alla minaccia terroristica. Tra narrazione mediatica e linguaggio istituzionale, c’è un giornalismo che orienta il senso comune e anticipa la condanna.
Il reato propal
Attivista proPal è diventata una definizione della questura per descrivere l’insurrezione potenziale. La fidanzata di Youssuf Siher è stata così definita quasi a giustificare moralmente l’indagine. Propal, insomma, nel lessico burocratico, diventa etichetta disdicevole, allarmante per la quiete pubblica. Sottintende Hamas, terrorismo, pericolo.
Così si dirige il senso comune, in questo modo la retorica dei grandi giornali, delle televisioni di regime, indirizza, suggerisce, intimidisce. Loro parlano a una minoranza. Ma quella minoranza è l’unica che può esprimere la parola, ed è l’unica alla quale è indirizzato il messaggio.
“La guerra Israele/Hamas”, “il 7 ottobre”, “non è un genocidio, ripeto non è un genocidio, ripeto non si può parlare e mai si potrà parlare di genocidio”. Questo vociare gracchiante, intimidatorio, teppistico. Il giornalismo in divisa dei nostri tempi.
Così propal diventa un reato da verificare, diventa un sospetto difficilmente sradicabile, diventa stigma sociale che preoccupa i benpensanti.
Gli stessi che vogliono più armi, più Zelensky, più Stati Uniti, più Israele, più Europa, più tutto; fino alla fine, fino alla guerra, fino a Draghi. ProPal è un capo d’accusa che anticipa la sentenza. Sarà emessa da questi aguzzini del linguaggio, da questi feldmarescialli della contraffazione, da questi complici del terrore.
La Storia non dimenticherà i nomi. I nomi e i cognomi.

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