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Israele vota con affluenza record al 77,7% e nessuno ha la maggioranza: i partiti arabi, 18 seggi, restano fuori da ogni blocco. Eisenkot parla di vittoria «sionista», Trump si dice decisivo. Il voto non riguarda i due milioni stipati a Gaza.
Israele vota, Gaza no: la democrazia a doppio binario
Un’affluenza del 77,7%, la più alta in anni, e nessuno con i numeri per governare: è il verdetto con cui Israele ha chiuso il voto per la Knesset di martedì 27 ottobre, in una notte che ha premiato più i seggi delle liste arabe che i vincitori annunciati.
Alla chiusura dei seggi, l’affluenza definitiva è stata – come detto – del 77,7%. Alle elezioni del 2022 era stata del 70%, e i risultati ufficiali arriveranno il 4 novembre. Gli exit poll danno al Likud di Netanyahu 24-27 seggi e a Yashar di Gadi Eisenkot 20-23, con il blocco di Eisenkot a 52-53 seggi, quello del premier a 50 e i partiti arabi, la Lista Unita e Ra’am, a 17-18. Secondo Channel 12 la Lista Unita avrebbe 11 seggi, un risultato storico, e Ra’am di Mansour Abbas 7. Con il 72,4% delle schede scrutinate, i risultati parziali assegnano 54 seggi al blocco di Netanyahu, 48 a quello di Eisenkot e 18 ai partiti arabi, e restano sotto la soglia del 3,25% i Riservisti, con il 2,7%. Il Likud è primo partito, e Trump ha dichiarato che il proprio sostegno è stato decisivo. Chiusi i seggi in Israele, affluenza definitiva al 77,7% il 27 ottobre 2026 +5
I partiti arabi si oppongono a Netanyahu, ma non fanno parte del blocco sionista anti-Netanyahu. Eisenkot ha letto gli exit poll come una totale sfiducia della maggioranza dei cittadini verso Netanyahu e verso il governo del 7 ottobre, e come una vittoria per la maggioranza sionista e nazionale del Paese. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha avvertito che un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar porterebbe alla paralisi.
Fuori dalle urne, intanto, il quadro è questo: il cessate il fuoco di ottobre ha lasciato a Hamas circa il 40% della Striscia, mentre il restante 60% è sotto presenza dell’esercito israeliano, e secondo le Nazioni Unite almeno 193 palestinesi erano stati uccisi vicino alla linea gialla nei primi mesi di tregua. Secondo i dati riportati a maggio, i palestinesi uccisi dall’inizio della tregua sono più di novecento, e circa due milioni di persone vivono in uno spazio ridotto a un terzo di quello originario.
La democrazia a doppio binario
La domanda su dove stia la democrazia israeliana va formulata e declinata in maniera diversa dal solito: non se esista, ma per chi.
Per i cittadini ebrei il voto vale quanto ovunque. Per i cittadini arabi esiste, ma da sempre con il marchio dell’ospite: la notte in cui i loro partiti toccano il massimo storico, 18 seggi su 120, nessun blocco li conta fra i propri. Quando Eisenkot parla di vittoria della maggioranza sionista, compie un’operazione aritmetica che esclude un cittadino su sei: il vincitore morale della serata resta sul pianerottolo con il vino in mano, e gli si chiede di non suonare. Poi, oltre la linea gialla e oltre le checkpoint della Cisgiordania, vivono milioni di persone governate da decisioni prese a Gerusalemme senza avere un voto da esprimere. La democrazia, in questo caso, si ferma al confine dell’amministrazione.
La lettura che l’opposizione ha scelto per il voto, cioè un referendum su Netanyahu e sul governo del 7 ottobre, è comoda e in gran parte vera, ma contiene un’omissione. Il processo è alla negligenza del premier, non alla politica che ha prodotto Gaza ridotta a un terzo, il controllo del 60% della Striscia e un cessate il fuoco in cui si continua a morire. Attribuire tutto a Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir è un alibi personale per una questione nazionale: nessuno nega le loro responsabilità specifiche, ma una politica che dura da decenni non si spiega con tre nomi. Che i due blocchi si equivalgano, e che l’affluenza abbia sfiorato l’80%, dice che il Paese è diviso sul premier più che sulla sostanza.
Chi spera in una svolta dovrebbe aspettare i fatti. Netanyahu resterà in carica fino al nuovo governo, e le trattative potrebbero durare settimane. Intanto Trump rivendica come proprio il risultato di un’elezione altrui, in un esame di democrazia in cui l’esaminatore esterno si attribuisce il voto. Per chi in Italia ripete che Israele è l’unica democrazia della regione, la domanda è semplice: la formula vale anche per i due milioni che vivono nel 40% di Gaza?
Il risultato finale conterà più per la politica interna che per i palestinesi. Che governi Eisenkot o Netanyahu, il passaggio decisivo sarà lo stesso: stabilire se il sistema politico israeliano sia capace di accettare come partner quelli che ha sempre considerato ospiti.

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