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Gli studenti (che nelle liste non sono poi così presenti) vincono in Serbia con il 52% e Vučić ammette la sconfitta, ma il programma esclude sanzioni a Mosca, riconosce il Kosovo come serbo e vuole mantenere i legami con Cina e Russia. Una vittoria contro la corruzione, non un salto in Europa: la lettura di Bruxelles è un malinteso.
Serbia, il voto e i numeri, prima della favola
«Abbiamo perso le elezioni», ha ammesso Aleksandar Vučić poco dopo le 21.30 di domenica, e l’Europa ha ricevuto il suo finale preferito: gli studenti che battono l’autocrate, una folla in festa a Belgrado e un’affluenza vicina al 70%.
La Lista Studentesca ha ottenuto il 52,7% contro il 39,2% dell’alleanza guidata dal Partito progressista serbo di Vučić, cioè 139 seggi su 250 contro 97, con un’affluenza che sfiora il 70%, la più alta dal 1992. Altre proiezioni attribuiscono agli studenti 141 seggi e a Vučić 103. Il presidente si era dimesso il 27 settembre per candidarsi alla guida del governo, e la presidente del Parlamento Ana Brnabić, sua alleata, regge la carica ad interim per un massimo di tre mesi, entro i quali vanno indette le presidenziali.
Ursula von der Leyen si è congratulata e ha assicurato il sostegno dell’Unione europea alle riforme su Stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha detto di aver preso atto dei risultati. Internazionale osserva che la Lista ha vinto senza un vero programma politico e dovrà dimostrare di saper governare.
Il programma esiste, ma è un documento di undici punti su giustizia, lotta alla corruzione, libertà dei media, istruzione, sanità e costo della vita, cauto sui temi più divisivi. Sulla politica estera la Lista dichiara che non riconoscerà l’indipendenza del Kosovo, non introdurrà sanzioni contro la Russia e resterà prudente sull’adesione all’Unione, da decidere con un referendum.
Intende inoltre mantenere rapporti strategici con Mosca e Pechino e conservare la neutralità militare. Vučić, a sua volta, non aveva mai aderito alle sanzioni. Nella coalizione convivono sensibilità di centro, destra e sinistra, nazionalisti e progressisti, europeisti ed euroscettici e ben pochi “studenti” effettivi; Zlatko Kokanović, l’agricoltore della valle dello Jadar tra i volti della lista, intende battersi per un divieto permanente di estrazione di litio e boro, cioè per bloccare il progetto di Rio Tinto che potrebbe coprire gran parte del fabbisogno europeo.
Sullo sfondo c’è un altro dossier. Il 17 settembre Vučić ha inaugurato una fabbrica per l’assemblaggio di droni israeliani, di proprietà al 51% di Elbit Systems e al 49% della statale Jugoimport, con circa cento addetti, dopo un contratto da 1,6 miliardi di dollari firmato con Elbit nel 2025. La relatrice Onu Francesca Albanese aveva definito Belgrado uno degli alleati più fedeli di Israele.
Una vittoria contro la corruzione, non per Bruxelles
Chiariamo l’essenziale: è un risultato autentico. Ma tra una vittoria democratica e una conversione geopolitica c’è la stessa distanza che separa una campagna contro il malaffare da un’adesione all’Alleanza atlantica, e quasi tutto il commento europeo l’ha dimenticata. La molla è stata la tragedia di Novi Sad, sedici morti sotto una pensilina costruita male, non un referendum sulla politica estera. Gli studenti hanno chiesto alla Serbia di smettere di rubare e di far crollare edifici, e per questo il loro programma tace su tutto il resto con una prudenza che dovrebbe far riflettere.
Chi celebra l’ingresso della Serbia in Europa celebra un film che nessuno ha girato. La Lista – se rispetterà il programma con cui ha vinto le elezioni – non sanzionerà la Russia, non riconoscerà il Kosovo, non rinuncerà alla Cina e consegnerà l’adesione a un referendum il cui esito non è garantito. Chi pensava di aver trovato un alleato contro Mosca si ritrova con un partner che ha dichiarato in anticipo di non esserlo, e non stupisce che il Cremlino prenda atto con una serenità che a Bruxelles non si vedrebbe a parti invertite. Poi c’è la grammatica dell’accoglienza, con quel tono da club esclusivo che si compiace di ammettere i popoli alla civiltà solo quando votano come auspichiamo.
La coalizione ha tre anime e nessuna sta ferma. I liberali europeisti sono la copertina, le associazioni civiche vogliono un Paese pulito, i nazionalisti considerano il Kosovo una ferita aperta e Vučić, a loro giudizio, un venditore di patria. Il primo scoglio non sarà a Bruxelles ma a Jadar: l’Europa applaude gli studenti proprio mentre i loro attivisti promettono di sbarrare la strada al litio che Bruxelles ritiene strategico.
La fabbrica di droni israeliani, inaugurata cinque settimane prima del voto, è l’altro nodo: come si comporterà la nuova maggioranza è uno dei punti che le fonti che ho letto non chiariscono, ed è proprio da lì che si capirà se questa è una rivoluzione o una successione.
Va ricordato infine che il quasi 40% non si è dissolto. Il partito di Vučić ha ancora un centinaio di seggi, e il capo dello Stato sarà scelto con un voto da convocare entro tre mesi, a Parlamento già cambiato. Chi governerà dovrà costruire uno Stato di diritto con una macchina amministrativa ereditata, e lo farà con una maggioranza assoluta ma fragile come una pensilina.

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