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Putin è diventato il fantasma evocato per spiegare ogni cosa, ma la sua parabola va letta nella storia russa e nelle contraddizioni europee. Tra eredità zarista e sovietica, multipolarismo e crisi occidentale, il giudizio sul suo modello resta controverso.
Mi manda Putin
– Fausto Anderlini*
Ormai è un gioco virale, come Pokémon. Putin è avvistato in ogni dove, soprattutto dove non te l’aspetti e quando non lo si vede. Come il noto mostriciattolo tascabile. Ha stato Putin qualsiasi cosa accada, anche la più casuale. Anzi, non avendo una spiegazione probante per l’occorrenza proprio lì, si dimostra la sua inquietante presenza. Putin si insinua ovunque, come il gelido sbuffo dello spiritismo. Per positivo, venendo accolto dai satanisti come un liberatore, ma anche ex negativo, per essere esorcizzato. Persino, in quest’ultimo caso, quando si è disposti a riconoscergli molte ragioni.
Molti discorsi sono quasi sempre aperti dal preambolo del riconoscimento che egli resta pur sempre un aggressore. Capita anche che fieri critici dell’euro-atlantismo mettano le mani avanti, cadendo nel tranello dell’excusatio non petita. Temendo in qualche modo d’essere annoverati tra i suoi seguaci. Ci si affanna: «Noi non siamo con Putin», che, se non è un criminale, è comunque un monocrate repressore. Soprattutto un post-comunista rinnegato che, ad esempio, è andato a omaggiare Denikin, uno dei capi dell’Armata Bianca, e si perita spesso di muovere critiche a Lenin, mentre ha in Dugin, il filosofo della destra in salsa slava, il suo Rasputin.
Resta il fatto che il mausoleo sulla Piazza Rossa non è stato rimosso e le statue di Lenin, spesso oltraggiate in epoca eltsiniana, sono tutelate in ogni dove come un patrimonio nazionale. La Grande guerra patriottica guidata da Stalin continua a essere il momento fondante dell’identità nazionale russa. Dovendo muoversi fra le rovine ideologiche del comunismo e quelle materiali dell’impero sovietico, nel disperato tentativo di ripristinare la sovranità dello Stato (cosa impossibile senza un mito neo-nazionale o neo-imperiale sostitutivo), Putin si è mosso in modo pragmatico e necessariamente sincretista, inventandosi una qualche continuità fra la tradizione zarista e quella sovietica. Non senza elementi progressivi.
In una realtà multi-etnica, multinazionale e multireligiosa, Putin si sforza di richiamare il patriottismo, piuttosto che il nazionalismo, come forza mobilitante. L’anima russa come madre comprensiva di una realtà plurale, complessa e multistratificata. In ciò evitando il rischio del suprematismo etnico-culturale, invece palese nel cosiddetto Occidente, dove i due corni si alternano nella fatua contrapposizione fra destra e sinistra.
Il suo multipolarismo internazionale (come ricorda a ogni riunione dei BRICS) è uno spazio pragmatico, a-ideologico, cioè multiideologico, multiculturale e multisociale. In ciò, un vero superamento del primatismo unidimensionale sovietico, che, pur negato come totalmente inattuale, è accolto come un residuo (nel senso paretiano) non ostracizzato della nuova narrazione.
Nello stesso tempo, Putin è stato capace di mettere un freno al primitivismo predatorio della nuova oligarchia feudale-capitalista (vera e propria borghesia compradora, supina al neo-imperialismo atlantico, per molti versi affine a quella sudamericana), ripristinando un’economia mista dove lo Stato recita nuovamente la parte del sovrano. La sua democrazia autoritaria, centrata su un partito neo-carismatico simil-gollista come Nuova Russia, è comunque qualcosa di totalmente inedito nella storia russa.
Se si deve, in estrema sintesi, dare un giudizio valido (almeno sin qui) dell’esperimento Putin, questo non può esimersi da un verdetto di successo. Forse un capolavoro di realismo e insieme romanticismo politico. Per capire Putin occorre mettersi nei suoi panni. Cosa si poteva fare di diverso in quel contesto e in quelle condizioni?
Dopo quattro anni (in realtà almeno dodici) della guerra ucraina, la Russia non si è indebolita, mentre l’Europa è a bocconi. Il suo mito-invenzione unificante, il Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno col suo geo-centro renano-lotaringico, ovvero franco-tedesco, non sta in piedi, corrotto in ogni modo dallo smodato e aggressivo allargamento a Est. Né appare in grado di elaborare, fra le rovine del liberismo e della socialdemocrazia (esattamente equivalenti a quelle del comunismo), una geo-identità utile allo scopo di una rinnovata potenza.
Le vecchie fratture, specie quella religiosa fra l’area della Riforma protestante e quella della Controriforma tridentina (vedasi, come esempio, la grottesca contrapposizione fra i frugali e gli spendaccioni), con tutti i derivati sociali a essa connessi, stanno riprendendo il sopravvento. Fra i due imperi europei, l’Impero romano d’Oriente, pur deprecato come «decadente», è comunque stato il più forte e duraturo, essendo collassato solo l’altro ieri, dopo una storia millenaria, proprio in occorrenza della scoperta oceanica dell’altro mondo.
La dominante cultura riformata e capitalista nord-atlantica dell’anglosfera, che ha cercato di escludere e sottomettere (infine riuscendoci) quella mediterranea latino-cattolica e greco-ortodossa (della quale ultima anche la Russia è parte, se non unica erede), sbuffa, rantola e impreca, quasi prossima all’agonia. Non è da escludere (ed è forse necessario) che questa crisi apra la prospettiva di ricerca di nuove geo-identità ancorate ad antiche fratture, piuttosto che a rinnovati nazionalismi autarchici.
Come tutto questo si concili con il materialismo storico hegelo-marxista cui molti di noi restano affezionati (dando una qualche risposta a molte aporie) resta comunque un problema aperto…
Quando nacque mia figlia, nell’ormai lontano 1988, si era in prossimità del crollo dell’URSS. Al momento di scegliere il nome consultai invano le proposte della Chicco, sino a che mi imbattei in un passo di Braudel dove si argomentava la distinzione fra la nozione latina di veritas (come verità oggettiva) e quella russa di Bepa (Vera) come fede. Fu un’illuminazione e scelsi Vera. Le conseguenze non le sto a dire, se non che sono state devastanti. Resta il fatto che ero già putiniano, ante litteram. A mia insaputa.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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