Lula vince dalla sinistra: Trump parla di brogli, i numeri no

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Lula rieletto con il 51,8% contro Flávio Bolsonaro, oltre 4 milioni di voti di scarto: mai un secondo classificato al primo turno aveva vinto il ballottaggio. Trump grida al «modello Biden», lo sconfitto chiede l’annullamento. Ma la destra tiene il Parlamento.

Lula si prende il Palazzo, una rimonta senza precedenti e un ricorso già pronto

Oltre 64 milioni di voti contro quasi 60 e una prima volta nella storia democratica del Paese: Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio di domenica 25 ottobre con il 51,8% dei consensi, ribaltando lo svantaggio del primo turno su Flávio Bolsonaro. Mai, dal ritorno della democrazia, il candidato superato al primo turno era riuscito a imporsi al secondo.

Al primo turno Lula era dietro di 2,2 milioni di voti, 45,16% contro 47,03%, e ha chiuso con un margine di oltre quattro milioni. La vittoria è arrivata contro i pronostici della vigilia. A San Paolo, in festa, ha ringraziato i giovani brasiliani per essersi battuti a difesa della democrazia. Flávio è il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni per il tentato golpe del 2022.

Lo sconfitto ha dichiarato di non poter riconoscere il risultato e ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto, contestando la decisione del giudice Cristiano Zanin di prolungare di due ore le operazioni nelle sezioni ancora aperte dopo le denunce su problemi di trasporto a San Paolo e Salvador. La proroga era stata sollecitata anche dal suo staff per difficoltà tecniche e logistiche.

Il presidente del Tribunale elettorale, Kassio Nunes Marques, ha difeso la regolarità dello scrutinio e ha telefonato a entrambi i candidati; i presidenti delle due Camere, Hugo Motta e Alcolumbre, hanno riconosciuto la vittoria di Lula. Trump ha sostenuto che in Brasile sia stato applicato il manuale di Biden e che i comunisti non cedono il potere una volta ottenuto, mentre Pechino, Nuova Delhi e Teheran si sono congratulate con il presidente.

La forza della destra resta intatta altrove. Alla Camera il Partito liberale di Bolsonaro ha 121 seggi su 513 e il blocco conservatore arriva a 286, contro i 124 del fronte progressista; al Senato i conservatori sono 51 su 81, contro i 15 del campo di Lula. Tra le priorità annunciate dal presidente figurano la regolazione delle piattaforme digitali e un ministero per la sicurezza, mentre il debito pubblico ha superato l’82% del Pil.

Il Palazzo e le chiavi

Dire che Lula abbia vinto «al centro» è la lettura più comoda e meno plausibile. L’architrave dell’ultima parte della sua campagna è stata una misura che toglie tempo al datore di lavoro e lo restituisce a chi lavora: la settimana da 44 a 40 ore, a parità di stipendio, votata dal Senato il 14 ottobre. Fiutato il consenso, la destra l’ha votata a sua volta, ed è il paradosso più istruttivo di queste elezioni: un candidato che costringe gli avversari a sottoscrivere il proprio programma sociale non sta facendo centrismo, sta dettando l’agenda.

Occorre però evitare di trasformare una vittoria elettorale in una sentenza contro il capitale. Il capitale non vota e non è un soggetto unico, e i veri azionisti del mandato di Lula sono un debito sopra l’82% del Pil, mercati attenti e un Parlamento in cui la destra conta 286 deputati contro 124. Lula ha conquistato il piano nobile, ma i corridoi sono altrui: ogni riforma sarà una trattativa con il blocco centrista, e il rischio è che la settimana corta resti l’unica conquista che nessuno osi toccare.

Trump parla di «manuale di Biden» a proposito di un voto in cui lo sconfitto stesso ha lamentato, in sostanza, due ore in più di seggio richieste anche dal proprio staff. Quanto alla coerenza dinastica, il padre è stato condannato per aver tentato di rovesciare il risultato del 2022, il figlio ne chiede l’annullamento nel 2026: una tradizione di famiglia, in cui l’esito delle urne è valido soltanto quando conviene.

La regolazione delle piattaforme, messa dal presidente fra le priorità, merita un cenno a parte. Il suo schieramento accusa i colossi digitali di aver influenzato la campagna, e l’accusa andrà dimostrata, ma la scelta di campo è chiara in un’epoca in cui i magnati del tech frequentano la Casa Bianca con la stessa assiduità con cui un tempo si frequentavano le parrocchie.

C’è infine la lezione per chi, da noi, si interroga se un’opposizione debba spostarsi verso il centro per sperare di vincere. Brasilia suggerisce una risposta scomoda: non ha vinto chi ha attenuato le parole, ma chi ha messo sul tavolo qualcosa di preciso per chi lavora. Intanto, secondo Open, a sinistra c’è chi cerca un senatore in prestito per costituire una componente parlamentare ed evitare la raccolta di firme imposta dalla nuova legge elettorale: per fare politica serve un mandato, per fare i conti con il lavoro basterebbe un programma.

Il Brasile resta spaccato in due, e un quarto mandato di un uomo di 81 anni non si misurerà sul discorso della vittoria ma sulla capacità di trasformare quattro milioni di voti in una maggioranza che per ora non c’è.

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