Siher in cella per i messaggi: il reato d’opinione ha cambiato nome

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Youssef Siher, 30 anni, ricercatore, è in carcere per i messaggi del Movimento 17 ottobre: istigazione con finalità di terrorismo e il nuovo reato di violenza organizzata. Non gli si contesta alcun saccheggio. Dopo il caso Shahin, il test sul confine tra opinione e reato.

Un fermo, un decreto nuovo di zecca e un precedente

Non gli vengono contestati saccheggi né danneggiamenti: l’unica merce che la Procura di Milano ha trovato nella biografia di Youssef Siher, trent’anni, ricercatore con collaborazioni all’ISPI e al Fatto Quotidiano, sono parole.

Siher è stato fermato nella notte tra venerdì 23 e sabato 24 ottobre perché ritenuto uno dei principali organizzatori del Movimento 17 ottobre, e la richiesta di convalida è prevista per lunedì 26. Il pm è Francesca Crupi, e Siher si trova a San Vittore. Le ipotesi di reato sono istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, cioè la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; la moglie è indagata a piede libero per gli stessi reati. Secondo gli inquirenti entrambi amministravano le pagine Instagram e Telegram del movimento, che sono arrivate a oltre 48mila follower e a una chat di circa 9.500 iscritti.

Nel provvedimento di fermo la Procura sostiene che Siher abbia approfittato dei saccheggi del 17 e 18 ottobre per creare un gruppo Telegram con migliaia di persone e ingenerare terrore, producendo una forte tensione sociale e un impatto intimidatorio; indica anche un pericolo di fuga. Il pm parla di un progetto con finalità eversive. Tra i messaggi individuati dalla polizia c’è la frase “Non ci fermeremo con i blindati”, e un tweet di Salvini del 2023 a cui aveva risposto con “Allah akbar”.

Gli inquirenti verificano anche eventuali legami con il gruppo arrestato nell’inchiesta antimafia sui presunti finanziamenti ad Hamas e con hacker russi, ma la procura non ha ancora trasformato questi sospetti in accuse. Le accuse attendono il vaglio del giudice e dovranno essere dimostrate.

Il precedente è quello di Mohamed Shahin. L’imam di via Saluzzo a Torino era stato arrestato a novembre dopo un decreto di espulsione del Viminale per alcune frasi sul 7 ottobre, ma la procura aveva archiviato l’indagine su quelle parole. La Corte d’appello lo ha liberato, riconoscendo che le sue affermazioni rientravano nel diritto di opinione, e a marzo la Cassazione ha respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato.

Il reato d’opinione ha cambiato indirizzo

Nessuno ha bisogno di difendere la prosa di Siher per riconoscere il problema. Se davvero ha istigato qualcuno a commettere reati, o ha organizzato violenze, sarà il giudice a stabilirlo, e le frasi che sono state citate non migliorano il quadro. Ma se sono effettivamente quelle trapelate, di quale reato reale parliamo? Esiste una distanza tra l’espressione sgradevole e il crimine, ed è proprio quella distanza che i tribunali di Torino hanno ricordato nel caso Shahin: una frase che irrita non diventa un reato soltanto perché a pronunciarla è la persona sbagliata.

Colpisce il calendario. Il decreto è del 20 ottobre, il primo fermo per il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni arriva il 24, e una norma nata il martedì trova il suo primo indagato il sabato, con una celerità che la giustizia civile si sogna. Resta da capire quali dei messaggi contestati siano successivi all’entrata in vigore del reato, perché è la regola elementare per cui nessuno risponde di ciò che al momento del fatto non era vietato. E c’è la formula dell’aggravante, «ingenerare terrore nella popolazione», molto vicina alla definizione che il codice usa per il terrorismo: basta un canale Telegram con qualche migliaia di iscritti perché una chat diventi un atto intimidatorio, e perché un trentenne con un master e la rubrica piena di istituti di ricerca finisca in cella con un’etichetta che farebbe invidia a un capo di cellula.

Poi c’è la regia. Dopo i saccheggi si era scoperto che a Milano non c’erano centri sociali né sigle organizzate, ma centinaia di ragazzi, in larga parte minorenni, incappucciati e privi di coordinamento. Un problema sociale di questa portata non ha un colpevole da arrestare. Un regista sì: dà un volto alla storia, giustifica un decreto e soprattutto trasforma una generazione senza futuro in una cospirazione con un nome e un cognome. Ci voleva un Siher, e se non ci fosse stato avrebbero dovuto inventarlo.

Resta la domanda posta dal fermo, cioè se si stia colpendo uno per intimidirne molti. Non serve un disegno occulto: bastano gli incentivi. Un’espulsione fondata sulle parole, poi respinta dai giudici; un’imputazione penale fondata sui messaggi, ancora da vagliare; una legge che adotta una definizione di antisemitismo discussa e che molti temono estenda i confini del reato alla critica verso Israele. Presi uno a uno sono casi, messi in fila sono un clima: quello in cui chi solidarizza con i palestinesi, soprattutto se giovane e di origine araba o musulmana, sa di muoversi su un terreno sempre più stretto.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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