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Due giorni dopo aver perso con Lula, Flávio Bolsonaro lascia clandestinamente il Brasile con la famiglia, passa dall’Argentina e atterra in Florida, dove lo aspetta il fratello Eduardo. Trump apre all’asilo politico. Il «patriota» del «Brasil acima de tudo» sceglie Miami, e il Brasile si interroga su chi ne risponda.
Brasil acima de tudo, tranne il volo per Miami
Due giorni dopo la sconfitta con Lula, Flávio Bolsonaro è atterrato a Miami con la moglie e le due figlie, dopo un viaggio che ha tenuto il Brasile con il fiato sospeso: un confine passato di notte, un jet privato e un fratello ad aspettarlo.
Secondo l’ANSA, il senatore ha violato il divieto dei giudici di lasciare il Brasile ed è fuggito in Florida con la moglie Fernanda e le figlie Luíza e Carolina. È entrato in Argentina alle 22.50 di martedì 27 ottobre dal ponte internazionale Tancredo Neves, nella provincia di Misiones. Buenos Aires sostiene che sia entrato con documenti regolari e senza impedimenti legali alla frontiera, e che sia poi partito su un aereo privato verso l’Ecuador, prima di proseguire per gli Stati Uniti. Quotidiano.net scrive che avrebbe con sé il passaporto italiano, mentre per l’ANSA sarebbe entrato a piedi, senza passaporto. Le ricostruzioni divergono sui dettagli.
Un funzionario del Dipartimento di Stato ha detto alla Cnn che gli Stati Uniti rilasceranno visti a Bolsonaro e alla famiglia. L’amministrazione Trump ha fatto sapere di essere disposta a concedergli l’asilo politico, e il tycoon ha dichiarato di non avere obiezioni al suo arrivo. In Florida lo ha accolto il fratello Eduardo, che vive tra Orlando e Miami con una green card e in Brasile è stato condannato per aver sollecitato sanzioni economiche americane contro un giudice. Mentre Flávio era in volo, il suo partito ha riconosciuto la vittoria di Lula, e il padre Jair, nel 2022, era volato in America dopo essersi rifiutato di riconoscere la sconfitta. Lula ha definito vergognosa la partenza e ha detto che il Brasile è la seconda patria dei Bolsonaro, la prima essendo gli Stati Uniti.
L’asilo per chi ha perso con quattro milioni di voti di scarto
Resta, più che il silenzio, la timidezza dei commenti internazionali. Se a lasciare il Paese dopo un voto fosse stato un oppositore di un governo gradito all’Occidente, le prime pagine avrebbero trovato aggettivi più duri. Qui l’unico slogan che restava da scrivere era quello della famiglia: «Brasile prima di tutto», con l’eccezione di un jet privato.
L’asilo politico, concepito per proteggere i perseguitati, si trasforma in un servizio per i perdenti con ottime amicizie. Lula ha vinto con oltre quattro milioni di voti in un’elezione la cui regolarità è stata difesa dal Tribunale elettorale; la presunta persecuzione, per ora, coincide con la certezza che quei giudici esistano e lavorino. È una distinzione utile: l’esilio è dignitoso quando le istituzioni crollano, è un’altra cosa quando le istituzioni resistono e l’unico a temerle è chi ha conti aperti con la giustizia.
La fuga non è una prova di colpa, e la presunzione d’innocenza vale anche per lui. Ma pesano il divieto di espatrio, le inchieste di cui si è parlato in campagna e il precedente del fratello, già condannato. Si compone così una piccola dinastia in esilio a Miami, con un padre ai domiciliari e un campo operativo in Florida. Più che un rifugio, un quartier generale.
È altrettanto prevedibile che la narrazione ufficiale della destra brasiliana sarà quella della dittatura comunista, una formula che non spiega come una dittatura abbia permesso a un’opposizione di contendere il voto, contestarne l’esito e organizzare l’espatrio di un senatore. Il vero effetto sarà politico: Trump, che ha già ricevuto Flávio alla Casa Bianca e non ha mai fatto mistero del proprio fastidio per il processo a Jair, avrà un ospite perfetto per montare una nuova stagione di pressione su Brasilia. Il rischio, se così sarà, è che la famiglia che si proclamava difensore della sovranità finisca per diventare lo strumento di un’ingerenza straniera.

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