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Sciopero generale Usb del 30 ottobre: oltre 60 piazze, un milione e mezzo di adesioni secondo il sindacato, centinaia di migliaia per le cronache prudenti del mainstream. Contro carovita e riarmo, mentre la Cgil si muove solo il 20 novembre. Il campo largo guarda altrove, la piazza no.
Carovita e guerra: l’Italia che sciopera mentre i commentatori collezionano figurine
Più di sessanta piazze, circa un milione e mezzo di adesioni secondo gli organizzatori e una precettazione dei trasporti firmata dal ministro Salvini e dichiaratamente ignorata: lo sciopero generale di ventiquattro ore proclamato per il 30 ottobre dall’Unione sindacale di base ha riportato in strada una parte di Paese che i palinsesti davano per rassegnata. Hanno aderito anche Cobas, Adl Cobas, Clap, Unicobas e USI-CIT, mentre i grandi sindacati confederali sono rimasti fuori.
Le parole d’ordine erano il carovita e l’economia di guerra: abbassare prezzi, tariffe energetiche, affitti e mutui, alzare i salari e fermare la guerra, con una mobilitazione parallela in oltre cento scali portuali di diciassette paesi contro il traffico di armi. A sfilare sono stati studenti, lavoratori, insegnanti, pensionati, rider, agricoltori e movimenti per il diritto all’abitare, con i trattori a presidiare i cortei romani.
Quanti siano stati resta materia di contesa: l’Usb stima un milione e mezzo di partecipanti, mentre le cronache della giornata parlano più prudentemente di centinaia di migliaia. Nelle singole città si è scritto di circa 50mila persone a Roma e Bologna e almeno 30mila a Milano, con Firenze divisa tra i 12mila dei sindacati e i 7mila della questura.
Sull’ordine pubblico le ricostruzioni non coincidono. Il Fatto Quotidiano racconta cortei senza incidenti e senza scontri con le forze dell’ordine, mentre altre testate riferiscono di lanci di oggetti, cariche, idranti e lacrimogeni a Roma e Torino. La protesta è arrivata nel giorno in cui l’Istat ha certificato una nuova fiammata dell’inflazione, un tempismo che nessun ufficio stampa avrebbe saputo costruire meglio. La Cgil, intanto, ha fissato il proprio sciopero generale al 20 novembre, confermando l’incapacità italiana di unificare le lotte, per interessi di bottega.
Il campo largo guarda altrove
Il dato politico sta meno nelle cifre che nella chiarezza. Due parole, carovita e guerra, bastano a descrivere ciò che l’opposizione parlamentare fatica a infilare in un solo periodo, e che la sinistra sindacale istituzionale ha lasciato per anni nel cassetto dei ricordi. Le grandi confederazioni, che nel Novecento proclamavano scioperi generali contro i governi in carica su casa, sanità, pace e pensioni, hanno consegnato a una sigla più piccola una bandiera che un tempo considerava propria. L’annuncio del 20 novembre ha il sapore di chi, arrivato secondo a un appuntamento da lui stesso fissato, si preoccupa di segnare l’ora d’ingresso.
Chi scende in piazza, del resto, appartiene a un’Italia che le rassegne stampa raramente frequentano: lavoratori poveri, precari, giovani senza prospettive, famiglie intere, l’altra faccia delle ZTL dove si scrivono gli editoriali. È una moltitudine che non si riconosce nel campo largo, e che il campo largo, per ragioni di abitudine e di cortesia istituzionale, preferisce non riconoscere.
Intanto nelle pagine dei commentatori liberal si coltiva un ottimismo da album di figurine: ogni voto all’estero diventa il segnale di un sovranismo in ritirata, ogni nuova guerra viene ricondotta alla sola volontà di Putin, come se i conflitti ereditati dalle amministrazioni americane precedenti fossero un’invenzione del Cremlino. Un esercizio di consolazione che ha il pregio di non costare nulla e il difetto di non spiegare perché si riempiano le piazze.
La lettura di chi vede nel governo Meloni soltanto la prima linea di un orientamento economico e atlantico più ampio, cioè una facciata e non un regista, è una tesi politica, non un fatto. Ma spiega il bersaglio scelto: non la premier come persona, bensì la combinazione di austerità sui salari e spesa per le armi. Resta da vedere se un sindacato di base, capace di mobilitare, sappia anche costruire una piattaforma stabile oltre la giornata di sciopero. Le piazze, per ora, hanno posto la domanda. Alla politica toccherebbe rispondere.

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