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Via libera USA a 500 missili Patriot per Kiev: 2,1 miliardi di dollari, nessun fondo americano. Pagano Canada, Germania, Norvegia e il prestito UE da 90 miliardi, garantito dai bilanci europei. Washington vende, Lockheed produce, le consegne non hanno data e il conto resta in Europa.
500 missili e nessun dollaro americano: l’arte di vendere armi
Cinquecento intercettori PAC-3 MSE per 2,1 miliardi di dollari, con una formula che nel linguaggio diplomatico vale un epigramma: nessun dollaro americano. Il Dipartimento di Stato ha approvato una possibile vendita di 500 missili all’Ucraina, con acquisto finanziato interamente da alleati e partner di Washington.
Nella notifica al Congresso il governo statunitense precisa che l’operazione sosterrà i propri obiettivi di politica estera e che non ci saranno fondi USA né effetti negativi sulla prontezza della difesa americana. I finanziatori sono noti: Canada, Germania e Norvegia attraverso il programma JUMPSTART, più fondi nazionali ucraini alimentati dal prestito europeo di sostegno.
L’approvazione non è un contratto: non c’è data di firma né calendario di consegna, mentre la vendita resta soggetta alla revisione del Congresso. Gli stessi osservatori ricordano che ai ritmi produttivi del 2025 i 500 missili equivalgono a circa dieci mesi di produzione Lockheed, e che le consegne potrebbero estendersi fino agli anni Trenta.
Il prestito europeo, intanto, procede. La Commissione ha proposto al Consiglio di sbloccare la parte restante del finanziamento da 90 miliardi, pari a 45 miliardi per il 2027, di cui 13,3 per il bilancio ucraino e 31,7 per la capacità industriale della difesa. Il meccanismo ha una particolarità che il dibattito spesso omette: gli Stati partecipanti, ventiquattro su ventisette, raccolgono i fondi sui mercati con la garanzia del bilancio UE e pagano circa 3 miliardi di interessi l’anno, mentre Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca restano fuori. E ancora: l’Ucraina dovrà restituire la somma solo dopo aver ricevuto le riparazioni russe, condizione che Mosca ha categoricamente escluso.
La fattura europea, il fatturato americano
Il titolo del comunicato americano è un capolavoro di comunicazione: vendere armi per 2,1 miliardi senza spendere un centesimo, e farlo passare per un atto di solidarietà verso «un Paese che stabilizza l’Europa». Il costo finisce altrove: nelle tasche di Ottawa, Berlino e Oslo, e soprattutto nel debito comune di ventiquattro Stati membri.
Dire che il prestito «non sarà mai restituito» non è del tutto esatto: la sua costruzione prevede che a rimborsarlo siano le riparazioni russe, o in subordine i beni immobilizzati di Mosca. Ma il punto che la retorica dell’«aiuto» preferisce evitare è un altro: se quelle riparazioni non arriveranno, a pagare il conto saranno i bilanci europei, cioè i contribuenti.
Non è nemmeno un dettaglio che il prestito, nato per rafforzare l’industria della difesa europea e ucraina, finisca in parte per finanziare un contratto in cui il capofila è Lockheed Martin. Si può sostenere che l’Ucraina abbia bisogno urgente di Patriot, e i numeri danno ragione: a metà ottobre le scorte di PAC-2 e PAC-3 erano severamente ridotte, con la maggior parte delle disponibilità dirottata verso il Medio Oriente.
Ma un’Europa che finanzia i missili che altri produrranno, con tempi che nessuno garantisce, ricorda un cliente che paga l’ordine in anticipo senza conoscere la data del ritiro.
Il quadro è coerente: Washington incassa il fatturato e il peso politico del fornitore indispensabile, l’industria americana il portafoglio ordini, l’Europa il debito. A Kiev restano i missili, forse, tra qualche anno, e una voragine di 70 miliardi nel bilancio del prossimo anno che Bruxelles dice di voler colmare. Chiamarlo sostegno è lecito. Chiamarlo affare, per chi vende, è più preciso.

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