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L’Occidente non ha mai avuto una strategia chiara ma solo speranze adattabili al contesto. La NATO perde ma gli USA vincono e la UE perde più di tutti. Quando si farà un bilancio storico-politico dei riformisti europeisti?
Terza guerra mondiale? Fin qui tutto bene
Un passetto al giorno, con calma, e finora tutto bene: come quel tale che precipita dal grattacielo e a ogni piano che supera si rassicura da solo.
Ormai l’esito può essere soltanto uno di due. Il primo è una guerra mondiale, forse atomica. Il secondo è un accordicchio che affidi alla Russia il Donbass e qualche ulteriore corridoio, lasciando in piedi un conflitto latente a bassa intensità e sbarri all’Ucraina l’ingresso nella NATO. Si tratta di molto meno di quanto Kiev avrebbe potuto ottenere se Washington si fosse seduta al tavolo prima dell’invasione, come Putin domandava da dieci anni, e di molto meno di quanto prevedeva l’intesa di Istanbul del 2022. Il tutto, per giunta, senza lutti né macerie.
Intanto, in Ucraina, si richiamano al fronte i venticinquenni, si addestrano i diciottenni, si riportano indietro quelli riparati nei Paesi confinanti e si danno la caccia ai numerosi che disertano.
L’Occidente non ha mai avuto una vera strategia, solo illusioni da pensiero magico: i tumori di Putin, il tracollo dell’economia russa, il colpo di mano interno, i soldati di Mosca che avanzano con pale e lavastoviglie. In cambio gli Stati Uniti hanno incassato l’impoverimento della Germania e dell’Europa, e per il continente l’impossibilità di fare da cerniera tra Ovest ed Est, un ruolo che ne ha fatto la forza nelle stagioni più alte, dall’Impero romano al Rinascimento, mentre la sua chiusura nel solo recinto occidentale la chiamiamo Medioevo. L’Occidente perde, ma al suo interno gli Stati Uniti vincono e l’Unione europea perde tutto.
La stessa sceneggiatura si ripete in Medio Oriente. Dal 28 febbraio è in corso la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con lo Stretto di Hormuz sbarrato, tregue che durano il tempo di un memorandum e, adesso, l’ipotesi sempre più concreta di un secondo round dopo le elezioni americane di metà mandato. A fare da mediatori sono Qatar e Pakistan, non l’Europa, che al tavolo dei negoziati non siede ma alla cassa sì: gas oltre i cento euro al megawattora, benzina sopra i due euro al litro, inflazione italiana al 4,1%. Ancora una volta qualcuno decide, qualcuno spara e qualcuno salda il conto.
Nulla di quanto ruoti attorno a Merz e Macron merita un voto, ammesso che abbia mai avuto senso votare per un parlamento privo di poteri, espressione di un organismo sovranazionale che dispone soltanto di prerogative non democratiche. Merz, Macron e i loro omologhi nei vari Paesi non decidono niente, perché decidono americani e inglesi, ma si affannano ogni giorno per apparire come comparse visibili. Non sono un ceto dirigente europeo, e ha un retrogusto amaro il fatto che destre ed estreme destre mostrino una dignità e uno spessore politico superiori.
Quando si farà un bilancio storico e politico di ciò che abbiamo battezzato centrosinistra riformista ed europeista? Senza un bilancio spietato di questa esperienza, la rinascita di un’opzione democratica e popolare resta impossibile.

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