Italia-Tunisia e il memorandum fantasma

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Italia e Tunisia hanno previsto 12.000 ingressi di lavoratori in tre anni, ma il vero ostacolo emerge dopo la firma: salari, affitti e servizi. Dai primi lavoratori tunisini arrivati in Italia alle polemiche sugli alloggi, il nodo resta uno: lavorare sì, ma vivere come?

Il memorandum fantasma: importiamo lavoratori, ma non case

C’è un accordo, firmato dal governo Meloni con la Tunisia, che ha una vita molto italiana: è nato per fare ordine, è cresciuto nel silenzio, e ora è finito nel solito pantano nazionale tra stipendi bassi, affitti alti e Lega che litiga con la Lega.

Il memorandum tra Italia e Tunisia è del 20 ottobre 2023; prevedeva una quota annua di 4.000 ingressi non stagionali per tre anni, quindi 12.000 persone complessive. ​ Nel 2024 è arrivato il protocollo attuativo: Ministero del Lavoro, agenzie, selezione in Tunisia, fabbisogni italiani, 12.000 lavoratori in tre anni. ​ Detta così sembra un piano industriale. Poi arriva il dettaglio: per far funzionare un piano industriale servono casa, stipendio, trasporti, servizi. Ed è qui che il memorandum inizia a tossire.

Il governo non si è vantato molto. Strano, per un esecutivo che trasforma ogni firma in una foto con le mani giunte. Qui invece la comunicazione è rimasta prudente: migrazione regolare, contrasto ai trafficanti, cooperazione, Piano Mattei, Tunisia affidabile. La parola “lavoratori” compariva, sì, ma con tono da circolare interna. Capita: quando devi spiegare al tuo elettorato sovranista che per coprire i turni serve aprire un canale con Tunisi, la foto istituzionale rischia di sembrare meno “prima gli italiani” e più “prima il turno non coperto”.

E infatti il canale è rimasto lento. Nel 2024 e nel 2025 le fonti ufficiali parlavano soprattutto di potenziale, formazione, protocolli, selezioni. Poi, finalmente, nel luglio 2026 il Gruppo FS annuncia i primi risultati: 14 lavoratori tunisini entrano in Trenitalia dopo un percorso in Tunisia. ​ Non sono macchinisti: le ricostruzioni parlano di attività di supporto ai servizi ferroviari e, più precisamente, di controllo delle pulizie negli impianti e a bordo treno. Nel comunicato ufficiale, però, su un punto c’è un bel vuoto: l’alloggio non viene menzionato. Formazione, tutor, integrazione, destinazioni. Casa? Boh!

A Brescia il caso è ancora più istruttivo. Brescia Mobilità seleziona in Tunisia una ventina di profili per autisti/manutenzione; le cronache parlano di 28 persone, con alloggi Aler recuperati e affitto calmierato: circa 300 euro per singola, 200 per doppia, spese comprese. Fin qui si potrebbe anche dire: benissimo, almeno qualcuno pensa al tetto. Peccato che il tema scoppi subito in polemica: Cobas e USB chiedono chiarimenti e ricordano che il problema di fondo è salariale. E la Lega locale, com’è noto, attacca l’uso di risorse e abitazioni per stranieri, pur restando dentro una maggioranza nazionale che ha contribuito a costruire quel canale.

Il punto non è se i lavoratori tunisini “devono” entrare. Il punto è che un accordo fatto per ordinare le migrazioni finisce per scontrarsi con la domanda più semplice: a quel salario, in quella città, ci si può vivere? Se la risposta è no, il canale regolare non è una soluzione: è un dirottamento del problema. La carenza di autisti a Milano o Brescia non nasce perché gli italiani hanno smesso di sapere guidare un bus; nasce perché stipendio, affitto, turni e trasporti non tornano. Se non tornano per un italiano, non tornano nemmeno per un tunisino, salvo che non accetti condizioni peggiori, alloggi di cortesia, convivenze forzate o dipendenza dal datore.

Ecco perché il memorandum è rimasto timido. Non perché fosse sbagliato a priori; ma perché, per avere senso, avrebbe dovuto essere accompagnato da una cosa scomoda: rendere il lavoro sostenibile. Non solo ingresso regolare, non solo selezione all’estero, non solo formazione in patria. Anche salari sufficienti al mercato locale, abitazioni vere, vincoli chiari sulle trattenute per alloggio, tutele per non trasformare il tetto in un gancio sul lavoratore.

Invece abbiamo il solito cortocircuito: il governo nazionale firma quote, i sindacati chiedono aumenti, le amministrazioni locali litigano su case e priorità, i lavoratori stranieri arrivano come soluzione amministrativa di un problema che in realtà è abitativo e salariale. E l’opinione pubblica resta con due narrazioni speculari e ugualmente insufficienti: “ci rubano il lavoro” oppure “sono la soluzione”. Nel mezzo, come spesso succede, c’è una cosa più banale e più grave: alcune città non riescono più a pagare il costo della vita, e nessun memorandum al mondo lo risolve da solo.

Il memorandum italo-tunisino, quindi, non è da buttare, se non sei un governo che si dice sovranista. Ma nemmeno da celebrare, infatti silenzio quasi tombale. È da leggere con attenzione: perché dietro le quote c’è sempre una domanda scomoda che i governi preferiscono spedire in Tunisia, ma che prima o poi ritorna, in piazza o nell’affitto.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli