www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il Financial Times accusa Vannacci di essere un cavallo di Troia russo, Repubblica rilancia con un’inchiesta sul suo “mondo filorusso”. Nel frattempo il governo Meloni batte il record di longevità. La sinistra continua a puntare sulla delegittimazione internazionale invece che sulla critica sociale, e può perdere ancora.
Se la sinistra vuole sparire, continui a fidarsi di Repubblica
Il 2 settembre 2026 il Financial Times ha pubblicato un’analisi, ripresa da un report dell’European Council on Foreign Relations, che definisce Roberto Vannacci un possibile “cavallo di Troia” dell’influenza russa in Italia, capace di aprire un fronte contro la linea filo-ucraina di Giorgia Meloni. Vannacci ha replicato sui social con toni sarcastici, parlando di “candidato manciuriano” e derubricando l’accusa a un’operazione priva di prove concrete di finanziamenti o rapporti occulti con Mosca.
Cinque giorni dopo, il 7 settembre, Repubblica ha pubblicato un articolo dal titolo “Ex parà, giornali, società, consolati: il mondo filorusso di Vannacci”, ricostruendo una rete di soggetti a lui vicini accomunati da posizioni favorevoli al Cremlino. Nel frattempo, il 3 settembre, il governo Meloni ha raggiunto 1.413 giorni consecutivi in carica, diventando ufficialmente l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana, superando il record che apparteneva al Berlusconi II dal 2005.
Una strategia che scambia la delegittimazione per analisi politica
Tre notizie separate, lette insieme, raccontano un problema che la sinistra italiana si ostina a non vedere. Mentre un quotidiano internazionale autorevole solleva dubbi legittimi sulle reti di relazioni di un leader politico, la stampa progressista italiana non fa giornalismo di inchiesta su quelle reti per capirle: le usa come clava elettorale, esattamente come ha già fatto con Meloni per un decennio, e col medesimo risultato prevedibile.
Perché il punto non è se Vannacci intrattenga rapporti opachi con Mosca, questione che se si volesse davvero approfondire, meriterebbe verifiche serie condotte con gli strumenti del giornalismo investigativo, non con excerpt buttati lì per intestare un allarme quotidiano. Anche se poi, qualcuno potrebbe chiedersi se per caso ci siano altri soggetti “cavalli di troia” di Tel Aviv, di Washington, di Londra…
Il punto è che la sinistra ha ormai sostituito la critica sociale con la caccia all’inaffidabilità internazionale dell’avversario, convinta che basti etichettare la destra come indegna di fiducia perché gli elettori tornino all’ovile.
È la stessa scommessa persa da Enrico Letta nel 2022, quando la sua intera comunicazione contro Meloni si reggeva sulla tesi che l’ascesa della destra sarebbe stata un incidente di percorso, presto corretto dalla prova dei fatti. I fatti, però, hanno risposto diversamente: quel governo ha varato manovre di austerità dure, ha inviato armi e denaro all’Ucraina senza che il parlamento ne discutesse davvero, e nonostante questo, o forse proprio per questo, è arrivato oggi a 1.413 giorni ininterrotti a Palazzo Chigi, un record assoluto nella storia repubblicana.
La narrazione dell’inaffidabilità congenita della destra si è sgonfiata da sola, senza che la sinistra riuscisse mai a sostituirla con un’alternativa di merito su lavoro, salari, sanità o scuola.
Il vero rischio non è Vannacci, è restare senza argomenti quando arriverà al governo
Il rischio concreto è che tra qualche anno la storia si ripeta pari pari con Futuro Nazionale. Se Vannacci dovesse arrivare a Palazzo Chigi, o comunque a un ruolo di governo stabile, è più che plausibile che si comporti da liberista ortodosso in politica economica, magari con più zelo di quanto abbia mai mostrato Mario Monti, mentre continuerà a vendere ai suoi elettori la fiaba dell’orgoglio nazionale.
Del resto la storia recente italiana insegna che, quando i mercati e Bruxelles chiedono il conto, le etichette politiche contano meno di quanto si creda. Lo dimostra il caso di Mario Draghi, arrivato a Palazzo Chigi nel febbraio 2021 proprio nel nome della responsabilità istituzionale e della gestione tecnica dei fondi del Pnrr, dopo una carriera passata alla guida della Banca Centrale Europea in cui era diventato il simbolo stesso dell’ortodossia finanziaria continentale, il banchiere del “whatever it takes” che ha comunque imposto per anni ai paesi periferici dell’Eurozona, Italia inclusa, le regole di bilancio più severe.
Draghi non aveva bisogno di raccontare fiabe identitarie perché il suo consenso trasversale si fondava proprio sull’idea opposta, quella di un tecnico super partes capace di tenere insieme una maggioranza che andava dalla Lega al Movimento 5 Stelle. Ma la sostanza delle sue scelte di governo, dalla gestione rigorosa della spesa pubblica alle riforme richieste dall’Unione Europea come condizione per l’erogazione dei fondi, non si è discostata di molto da quella che un ipotetico governo Vannacci finirebbe probabilmente per adottare, semplicemente con un vocabolario diverso e una bandiera tricolore sventolata più spesso.
La differenza tra il tecnico gradito ai mercati e il sovranista in cerca di credibilità internazionale, quando si arriva al dunque della finanza pubblica, si assottiglia fino quasi a sparire.
E la sinistra, che nel frattempo avrà speso ogni energia comunicativa a dimostrare che Vannacci è un agente straniero anziché un prodotto interno della crisi sociale italiana, si ritroverà di nuovo priva di argomenti quando i fatti la smentiranno, esattamente come le accadde con Draghi: un governo presentato come garanzia di discontinuità tecnica che ha finito per amministrare l’ordinaria austerità richiesta da Bruxelles, senza che la sinistra riuscisse a trasformare quella continuità sostanziale in un argomento politico spendibile.
Rincorrere l’etichetta più comoda, quella dell’inaffidabilità o della contiguità con potenze straniere, costa poca fatica intellettuale ma lascia sempre lo stesso vuoto quando la realtà smentisce la caricatura: la destra sovranista, una volta al governo, si rivela l’ennesima variante dello stesso impianto economico che pretendeva di combattere, e la sinistra, avendo scommesso tutto sulla caricatura, non ha più nulla da dire sull’impianto.
Se davvero Elly Schlein volesse imprimere una svolta reale al Pd, per tenerlo ancorato all’potesi Campo Largo con Giuseppe Conte, dovrebbe imporre ai suoi dirigenti una dieta rigorosa di lettura, non per moralismo, ma per igiene intellettuale: meno inchieste sulle simpatie geopolitiche del nemico di turno, più capacità di leggere perché quel nemico continua a intercettare consenso reale.
Il problema della sinistra italiana non è che sottovaluta la destra. È che ne sopravvaluta sistematicamente i vizi meno rilevanti, ignorandone la capacità, tutt’altro che russa, di rappresentare rabbia sociale vera con soluzioni sbagliate ma efficaci sul piano elettorale.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













