Il governo più longevo? Meloni festeggia la durata, gli italiani pagano il conto

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Il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana proprio mentre il debito pubblico tocca il record di 3.207 miliardi e la pressione fiscale sale al 42,9%. Tra tagli documentati al welfare e 179 indagini Eppo su fondi Pnrr, la stabilità politica non coincide con i risultati.

Il governo più longevo della storia repubblicana, il debito pubblico più alto di sempre

A ottobre il governo Meloni taglierà il traguardo del governo più longevo nella storia della Repubblica, superando la soglia dei quattro anni consecutivi a Palazzo Chigi. Nello stesso periodo l’esecutivo ha avuto in gestione i 194,4 miliardi di euro del Pnrr italiano, il piano più corposo tra tutti gli Stati membri dell’Unione.

Sul fronte dei conti pubblici, i numeri della Banca d’Italia certificano che il debito pubblico ha toccato a giugno 2026 un nuovo massimo storico, 3.207 miliardi di euro, con un incremento di circa 136 miliardi nell’arco di un anno, mentre secondo le stime della Cgia di Mestre la pressione fiscale si attesta al 42,9%, la più alta tra le grandi economie europee e superiore di 1,2 punti rispetto al livello ereditato nel 2022.

Sul versante della spesa sociale, diverse associazioni di categoria hanno denunciato negli ultimi mesi una lunga sequenza di tagli e ridimensionamenti. Nello specifico, un report di ActionAid del novembre 2023 ha documentato un taglio del 70% ai fondi per la prevenzione della violenza di genere, passati da 17 milioni nel 2022 a 5 milioni nel 2023, mentre l’anno precedente il governo aveva dirottato 350 milioni del Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità verso la copertura dei costi del Superbonus, una scelta che il ministero ha sempre definito un semplice utilizzo di risorse non ancora spendibili, ma che le associazioni di categoria, tra cui l’Unione Italiana dei Ciechi, hanno contestato come un taglio di fatto, mai del tutto recuperato negli anni successivi. Sulla misura previdenziale Opzione Donna, la legge di bilancio 2026 non ha invece rinnovato l’accesso, lasciando il diritto solo a chi aveva già maturato i requisiti entro la fine del 2024.

Ad aggravare il quadro concorrono altre scelte di bilancio degli ultimi due anni. La Legge di Bilancio 2026 ha ridotto di 140 milioni di euro il Fondo per i farmaci innovativi, destinati in gran parte alle terapie oncologiche, per coprire l’aumento del tetto di spesa farmaceutica ospedaliera, una misura contestata dalle principali società scientifiche del settore, tra cui l’Associazione Italiana di Oncologia Medica. Sul fronte degli enti locali, l’Anci denuncia tagli e accantonamenti alla spesa corrente dei Comuni per circa 2 miliardi di euro fino al 2029. Nel frattempo, il protocollo con l’Albania per la gestione dei centri migranti costerà complessivamente 670 milioni di euro entro il 2028, una cifra confermata dallo stesso governo.

Sul fronte delle grandi opere, l’Istituto Nazionale Revisori Legali ha quantificato in oltre un miliardo di euro le spese sostenute finora dalla società Stretto di Messina per un’infrastruttura ancora tutta da realizzare, mentre secondo la relazione annuale dell’Eppo relativa al 2023, l’Italia risultava il Paese con il maggior numero di indagini aperte sui fondi Pnrr, 179 su un totale di 206 a livello europeo, dato che merita di essere letto per quello che è, non un bilancio definitivo di frodi accertate, ma il numero di verifiche avviate dalla Procura europea in un settore giudicato ad alto rischio.

Quando durare al potere diventa l’unico risultato da rivendicare

C’è una domanda che la propaganda di governo si guarda bene dal porre esplicitamente, ed è proprio quella più semplice: la longevità di un esecutivo è di per sé un merito, o può diventare la controprova più imbarazzante della sua inefficacia? Restare al governo per quattro anni consecutivi, in un Paese abituato a esecutivi che si sgretolano nel giro di pochi mesi, è indubbiamente un fatto politico rilevante.

Ma la stabilità istituzionale non produce automaticamente risultati economici o sociali, e i numeri messi in fila raccontano piuttosto l’immagine di un Paese che, mentre celebra la propria eccezionale capacità di tenuta politica, vede contemporaneamente il proprio debito pubblico sfondare ogni record precedente e la pressione fiscale salire oltre i livelli ereditati dal governo che ha sostituito.

Il paradosso più istruttivo riguarda proprio il Pnrr, lo strumento con cui l’Italia avrebbe dovuto dimostrare all’Europa la propria capacità di trasformare risorse straordinarie in crescita strutturale. Il fatto che l’Italia risulti il Paese con il maggior numero di verifiche aperte dalla Procura europea sull’utilizzo di quei fondi non equivale automaticamente a una condanna, ma segnala comunque un livello di attenzione investigativa che nessun governo dovrebbe liquidare come rumore di fondo, specie quando gestisce la fetta più grande del piano europeo di ripresa.

Allo stesso modo, il ripristino di un vitalizio abolito da un governo precedente, mentre si documentano riduzioni su fondi per la disabilità e per la povertà, non richiede particolari acrobazie interpretative per essere letto come una scelta di priorità politica ben precisa. La longevità di un governo si misura in mesi e anni. La sua utilità reale si misura in tutt’altro, e su quel fronte i numeri, quelli veri, restano ostinatamente più eloquenti di qualsiasi bilancio celebrativo.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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