Nichilismo schizoide: quando politica e media cancellano la logica

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Nel dibattito pubblico occidentale il principio di non contraddizione sembra scomparso. Politica e media sostengono tesi opposte nel giro di pochi giorni, cancellando memoria e responsabilità. Non è solo ipocrisia: è la crisi della logica nel discorso pubblico.

La logica sospesa dell’Occidente

C’è un principio elementare della filosofia occidentale che per secoli ha funzionato come bussola del pensiero: il principio di non contraddizione. Una cosa non può essere contemporaneamente vera e falsa nello stesso senso e nello stesso momento.

Sembra una banalità aristotelica, quasi un esercizio da manuale di logica. Eppure basta accendere un talk show o sfogliare la rassegna stampa internazionale per scoprire che questo principio, oggi, è diventato facoltativo.

Da almeno cinque anni il discorso pubblico occidentale vive in uno stato di sospensione logica permanente. L’economista e demografo Emmanuel Todd ha definito questa condizione nichilismo schizoide: un sistema politico e mediatico capace di sostenere con assoluta serenità una tesi e il suo contrario nel giro di pochi giorni.

Il combinato disposto tra politica istituzionale, giornalismo mainstream e commentari televisivi produce un fenomeno curioso: la memoria pubblica dura meno di un giro di ruota del criceto. Le posizioni cambiano con la stessa velocità con cui si aggiornano i titoli dei siti.

Il soggetto più emblematico di questa oscillazione è probabilmente Donald Trump. Per anni gran parte dell’establishment occidentale ha sostenuto senza riserve le politiche statunitensi in Medio Oriente, inclusi interventi militari, sanzioni economiche e operazioni clandestine. Poi, improvvisamente, quando le scelte di Washington diventano politicamente imbarazzanti, lo stesso sistema discorsivo si affretta a prendere le distanze.

Il risultato è una coreografia piuttosto singolare: l’alleato celebrato fino al giorno prima diventa improvvisamente un problema. Sempre però per 48 ore, eprchè poi, passata la polemica per il tempo di una scrollata di news sui social, si fa tutti allegramente marcia indietro. Come i leader dell’Unione Europea ci mostrano quotidianamente nei loro balletti comunicativi.

Il momento riassuntivo più emblematico di questa deriva è forse la formula pronunciata dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «il diritto internazionale vale fino a un certo punto». Un’espressione che, in altri tempi, avrebbe provocato almeno un dibattito accademico. Oggi invece scivola via come una nota a margine.

La realtà è diventata opzionale

Il paradosso emerge con particolare evidenza quando si osserva la narrazione delle crisi internazionali. Nel caso della guerra in Ucraina, i frequentatori abituali dei salotti di La7, o delle redazioni del Corsera fino a Repubblica i vari Fubini, Parsi, Giannini e compagnia, hanno costruito una rappresentazione quasi caricaturale dell’esercito russo: un’armata disorganizzata, composta da soldati ubriachi, incapace di conquistare se non a costi altissimi in vite umane, pochi km. Per questi opinionisti la cifra del milione di vittime russe, come dichiara Kiev, è numero di riferimento accettato e divulgato,e non fonte di stupore e di approfondimento per la totale illogicità e mancanza di qualsiasi prova.

Allo stesso tempo, gli stessi descrivono la Russia come una minaccia strategica esistenziale per l’intero ordine mondiale. La domanda logica sarebbe piuttosto semplice: se un esercito è incapace di prevalere contro un “piccolo paese “, in che modo rappresenterebbe una minaccia militare globale? La risposta, apparentemente, non è necessaria. Il discorso pubblico contemporaneo sembra funzionare perfettamente anche senza coerenza.

Lo stesso meccanismo appare nella narrazione del Medio Oriente. Quando si parla di Israele, l’argomento dominante è quello della sicurezza. Il paese — si sostiene — è costretto a difendersi in un contesto regionale ostile, anche quando le operazioni militari coinvolgono territori e attori distribuiti su un’area geopolitica che ormai comprende diversi stati. Praticamente, visto che Tel Aviv intende la sua percezione di sicurezza in maniera piuttosto “vasta”, attaccare sette paesi negli ultimi 3 anni è considerato normale dallo stesso gruppo di commentatori.

Quando invece il soggetto diventa l’Iran, la logica cambia nuovamente registro ma ad un ritmo che non consoce imbarazzi. Le operazioni militari preventive diventano improvvisamente un problema di diritto internazionale, mentre fino al giorno precedente si spiegava che il diritto internazionale poteva essere interpretato con una certa flessibilità. Ma dopo altre 24 ore il diritto torna ad essere “importante si, ma fino ad un certo punto”, perchè dall’altra parte ci sono quei cattivoni degli Ayatollah, e allora si torna al punto di partenza.

Non è semplicemente un doppio standard. Il problema non è nemmeno l’errore di analisi — inevitabile in un mondo imprevedibile — ma la straordinaria elasticità con cui certe posizioni vengono modificate senza alcuna necessità di spiegazione.

Questo meccanismo di rimozione collettiva è forse l’aspetto più inquietante del nostro tempo. Non si tratta soltanto di ipocrisia politica o di opportunismo mediatico. Si tratta della dissoluzione di un elemento fondamentale della democrazia: la responsabilità pubblica delle parole.

In teoria, chi occupa posizioni di potere dovrebbe essere chiamato a rispondere delle proprie affermazioni e delle proprie scelte.  Nel sistema mediatico contemporaneo, invece, le dichiarazioni sembrano evaporare con una velocità sorprendente.

Le opinioni possono cambiare da un giorno all’altro senza produrre alcun costo reputazionale. Il risultato finale è una trasformazione più profonda di quanto appaia.

Quando il principio di non contraddizione smette di essere una regola implicita del dibattito pubblico, la politica entra in una dimensione post-logica. Non esiste più una sequenza coerente di argomenti, ma una successione di narrazioni adattate all’urgenza del momento.

Lo si vede nella geometria variabile delle alleanze e dei principi. L’autodeterminazione dei popoli viene difesa con fervore quando riguarda l’Ucraina, ma diventa improvvisamente impronunciabile nel caso palestinese. La sovranità nazionale è inviolabile quando un avversario la viola, ma può essere sospesa quando a intervenire sono potenze alleate. Anche le sanzioni economiche oscillano tra strumento morale e arma geopolitica: illegittime se colpiscono l’Occidente, necessarie quando servono a piegare altri stati.

Un sistema che può sostenere contemporaneamente due tesi incompatibili non è semplicemente contraddittorio: nel più puro spirito mercantile delle società neoliberali , riduce a merce negoziabile anche la verità.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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