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I dati OSSIF-ABI certificano un crollo drastico delle rapine a gioiellerie e banche negli ultimi dieci anni. Eppure nessun obbligo di formazione specifica contro le rapine, il 46% dei gioiellieri senza assicurazione e la percezione di insicurezza resta alta.
I numeri smentiscono l’allarme rapine, ma nessuno ha interesse a dirlo
Ogni volta che un fatto isolato diventa notizia nazionale, i numeri strutturali della sicurezza restano sullo sfondo, ignorati. È il caso delle rapine e in particolare del settore orafo, con le statistiche ufficiali, che raccontano una realtà piuttosto diversa da quella percepita.
Il Rapporto Intersettoriale sulla criminalità predatoria curato dall’OSSIF, il centro studi dell’ABI, restituisce un quadro nettamente in controtendenza rispetto alla narrazione mediatica dominante sull’insicurezza commerciale. Le rapine in banca a sportello aperto sono crollate da 1.246 casi nel 2013 a 80 nei primi mesi del 2020, una contrazione del 93 per cento.
Nel settore orafo il fenomeno si è ridimensionato in modo analogo: da circa 400 rapine annue nel biennio 2014-2015 a poche decine di colpi a mano armata oggi. I dati del Ministero dell’Interno aggiungono un ulteriore elemento di ridimensionamento: oltre la metà dei tentativi di rapina fallisce, grazie al miglioramento dei sistemi di sicurezza passiva installati nei locali commerciali.
Quando la percezione del rischio smentisce il rischio reale
Il punto non è negare che esista un problema di sicurezza per il settore orafo. Il punto è che il problema si è spostato, si è trasformato, ed è diventato quantitativamente meno rilevante proprio mentre la sua percezione pubblica si gonfiava fino a raggiungere livelli di allarme sociale difficilmente giustificabili sulla base dei numeri disponibili. La tipologia di reato predatorio è cambiata radicalmente: la classica rapina a mano armata ha lasciato il posto allo scasso notturno, alla spaccata, al furto con destrezza.
Secondo la Direzione centrale della Polizia criminale, oltre l’80 per cento dei reati predatori nel settore avviene a saracinesca abbassata, colpendo prevalentemente laboratori di finitura e corrieri nei distretti orafi, non più il negoziante dietro il bancone durante l’orario di apertura. È cambiata anche la natura del soggetto criminale: non più criminalità spicciola locale, ma organizzazioni strutturate capaci di operare su scala internazionale.
Resta comunque una concentrazione di rischio in specifiche aree metropolitane — Milano, Torino, Bologna in testa — che meriterebbe una risposta mirata e territoriale, non un allarme generalizzato spalmato sull’intero paese. Il dato più paradossale, tuttavia, riguarda la copertura assicurativa: il 46 per cento dei gioiellieri italiani non è assicurato, semplicemente perché i costi delle polizze risultano insostenibili. Federpreziosi aveva sollevato la questione in un convegno del 2025, chiedendo un intervento legislativo sulla detraibilità parziale delle polizze assicurative per la categoria. Da allora, complice l’agenda politica occupata da ben altri temi, non risulta essere accaduto assolutamente nulla.
L’unico obbligo di legge riguarda la sicurezza sul lavoro, non le rapine
Qui arriva il paradosso normativo più clamoroso dell’intera vicenda. I titolari di gioiellerie con dipendenti o coadiutori familiari sono soggetti, come qualunque altra attività commerciale, all’obbligo generico di formazione alla sicurezza previsto dal Decreto legislativo 81/08, con aggiornamento quinquennale. Non esiste invece alcun obbligo specifico di formazione su come gestire concretamente una rapina o un assalto armato.
Il Documento di Valutazione dei Rischi, obbligatorio in presenza di personale dipendente, prevede sì una sezione dedicata agli atti criminali, con la valutazione dell’efficacia dei sistemi di protezione passiva e l’indicazione di istruzioni chiare per i dipendenti in caso di assalto — ma la formazione specifica su come affrontare concretamente un tentativo di rapina resta affidata esclusivamente all’iniziativa volontaria di associazioni come Confcommercio, che organizzano corsi su tecniche di de-escalation, riconoscimento di truffe e sopralluoghi, sicurezza digitale. Nessun obbligo statale, nessuno standard nazionale, nessun coordinamento centrale: solo buona volontà associativa, lasciata a chi ha tempo e risorse per parteciparvi.
Di fronte a questo quadro, la domanda su come dovrebbe intervenire lo Stato ha una risposta piuttosto lineare: monitorando la trasformazione delle tecniche criminali, agendo in prevenzione nelle zone di criticità già note, intensificando i rapporti operativi tra forze dell’ordine e categorie esposte, e costruendo — perché no — un vero patto sociale con il settore dei valori, che scambi dichiarazioni dei redditi più trasparenti con incentivi fiscali mirati su assicurazioni, sistemi di sicurezza passiva e formazione specifica del personale.
Quello che lo Stato non dovrebbe fare, invece, è esattamente ciò che di fatto sta facendo: amplificare la percezione di insicurezza collettiva, alimentare la retorica del fai-da-te securitario, spingere verso soluzioni immaginarie a un problema che è, semplicemente, tecnico e amministrativo prima ancora che politico.
Servirebbe forse così tanto istituire un desk operativo con un funzionario pubblico capace di fornire indicazioni precise sulla valutazione del rischio? A giudicare dai numeri, molto meno di quanto servirebbe smettere di raccontare un’emergenza che i dati, semplicemente, non confermano.

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