Italia gerontocratica: non governa la politica, decide la paura

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L’Italia è governata dalla demografia: pochi giovani, molti anziani proprietari. La politica diventa difesa della “comfort zone”, non trasformazione. Non è saggezza ma paura: si protegge il presente sacrificando il futuro.

Italia gerontocratica

C’è un fattore che pesa più di qualsiasi ideologia, più di qualsiasi leader, più di qualsiasi riforma annunciata: la demografia. Non se ne parla quasi mai, se non in chiave previdenziale o emergenziale. Eppure è la vera architettura invisibile della politica italiana. L’Italia non è solo un Paese anziano: è un Paese politicamente anziano.

Secondo i dati ISTAT, l’età media ha superato i 48 anni e il tasso di natalità è tra i più bassi d’Europa: circa 1,2 figli per donna (ISTAT, 2024). Il risultato è semplice quanto devastante: i giovani sono pochi, sempre meno, e quindi sempre meno rilevanti sul piano elettorale. Non è astensione politica. È astensione demografica.

Un elettorato proprietario: la politica della conservazione

Quando si analizza il comportamento elettorale italiano si tende a parlare di disillusione, populismo, crisi dei partiti. Tutto vero. Ma secondario rispetto a un dato strutturale: chi vota è, in larga maggioranza, adulto o anziano e dunque, statisticamente, possiede di più.

Secondo i dati della Banca d’Italia, circa l’80% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà (Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie). Non solo: una quota significativa possiede più di un immobile o asset mobiliari rilevanti. Questo cambia radicalmente la natura della politica: chi possiede non chiede trasformazione ma stabilità, protezione, continuità. In una parola: conservazione.

Ecco allora che la politica smette di essere conflitto e diventa amministrazione della paura. Non la paura del futuro in senso astratto, ma quella molto concreta di perdere ciò che si è accumulato nel tempo. Il risultato? Una società che non vuole rischiare nulla. E quindi non cambia nulla.

La fine del conflitto: nasce la “comfort zone elettorale”

Anche il concetto stesso di partecipazione politica si svuota. Non perché manchi interesse, ma perché manca l’utilità percepita del cambiamento. Se il tuo patrimonio è già consolidato, se la tua posizione sociale è stabile, perché dovresti sostenere politiche che introducono incertezza?

Si forma così una sorta di tribalismo silenzioso: gruppi sociali che votano per difendere la propria “comfort zone”, non per trasformare la società. La politica diventa una somma di interessi conservativi, spesso incompatibili tra loro ma uniti da un principio comune: non perdere.

Non è un caso che negli ultimi anni si sia affermata una tendenza quasi strutturale a governi di larghe intese, o a coalizioni che, pur dichiarandosi antagoniste, finiscono per convergere su politiche prudenti, incrementaliste, spesso indistinguibili. Non è immobilismo ma una sorta di strategia demografica inconsapevole ancorata al famigerato vincolo esterno.

Giovani invisibili, futuro rinviato

E i giovani? Semplicemente non pesano. Non perché non votino – anche se l’astensione giovanile è più alta – ma perché numericamente contano meno. Nel 1990 gli under 35 rappresentavano oltre il 40% della popolazione. Oggi sono poco più del 30% (ISTAT). Una minoranza strutturale.

Questo significa che le politiche orientate al lungo periodo – istruzione, innovazione, mobilità sociale – diventano marginali rispetto a quelle che garantiscono consenso immediato tra gli elettori più numerosi: pensioni, sanità, tutela del patrimonio. Il futuro, semplicemente, vota meno del presente.

Non è saggezza: è paura organizzata

Si tende spesso a raccontare l’invecchiamento della popolazione come un fattore di “maturità” del Paese. Una società più anziana sarebbe più prudente, più riflessiva, meno incline agli estremismi ma è una lettura consolatoria.

La realtà è più brutale: non è saggezza, è paura. Paura di perdere reddito, patrimonio, sicurezza. Paura del cambiamento. Paura del rischio. E la paura, in politica, produce scelte difensive. Sempre.

Politiche fiscali prudenti, riforme timide, innovazioni rallentate, apertura limitata. Anche quando il contesto globale richiederebbe esattamente il contrario. Il paradosso è evidente: per proteggere il presente, si sacrifica il futuro.

Il risultato finale è un sistema politico che sembra stabile, ma in realtà è bloccato. Non implode, ma nemmeno evolve. Galleggia. Nel frattempo, altri Paesi investono, rischiano, trasformano. L’Italia difende ciò che ha, non costruisce ciò che potrebbe avere.

La demografia non è un dettaglio tecnico ma il vero motore nascosto della politica italiana. E finché non verrà affrontata come tale, continueremo a leggere la realtà al contrario: attribuendo alle ideologie ciò che è semplicemente il prodotto di un corpo elettorale che invecchia e che, come tutti gli organismi che invecchiano, preferisce sopravvivere piuttosto che cambiare.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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