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L’IDF assalta l’ospedale di Nablus e rafforza le truppe in Cisgiordania mentre Netanyahu accelera la legalizzazione degli avamposti coloniali. Elezioni di ottobre alle porte: l’escalation serve a distogliere l’attenzione dalle inchieste sulle responsabilità sul 7 ottobre.
L’esercito israeliano assedia Nablus e prepara il terreno all’annessione
Venerdì l’esercito israeliano ha annunciato il rafforzamento delle truppe in Cisgiordania in vista di un’operazione su vasta scala, dopo scontri nei pressi di Nablus costati la vita a due israeliani e quattro palestinesi. Secondo quanto riportato da Haaretz, i soldati dell’IDF hanno fatto irruzione nell’ospedale della città per catturare miliziani palestinesi feriti, arrestandone almeno due e seminando panico nei reparti di degenza.
Le forze armate israeliane gestiscono attualmente 126 avamposti in Cisgiordania e, secondo il quotidiano israeliano, due settimane fa avevano già deciso di ritirare truppe da Libano e Gaza per ridispiegarle proprio in quest’area — una scelta che, sottratta al fronte nord in un momento di forte tensione con l’Iran, tradisce priorità strategiche di lungo periodo piuttosto che una risposta emergenziale a scontri locali.
Il calendario elettorale come acceleratore della crisi
Sganciare risorse militari da fronti già sotto pressione non è mai una decisione improvvisata, e diventa ancora più difficile liquidarla come tale quando si intreccia con un calendario elettorale scomodo per chi governa. Le elezioni israeliane del 27 ottobre offrono a Benjamin Netanyahu un incentivo evidente a trasformare la Cisgiordania in terreno di propaganda muscolare, specialmente in un contesto già surriscaldato dalla crisi con Teheran. In quest’ottica, un’annessione a sorpresa della Giudea e Samaria — nome con cui la destra israeliana designa i territori occupati — funzionerebbe da carta elettorale capace di spostare l’attenzione pubblica lontano dai nodi irrisolti della sicurezza interna.
L’analista di Haaretz Amos Harel descrive con chiarezza chirurgica gli interessi in gioco: da un lato la speranza, coltivata da settori consistenti dello schieramento israeliano, che l’escalation in Cisgiordania sfoci in uno scontro abbastanza ampio da giustificare lo smantellamento dell’Autorità Palestinese e l’annessione di fatto di larghe porzioni del territorio; dall’altro il bisogno politico di costruire un’emergenza di sicurezza che distolga l’opinione pubblica dalle inchieste sulle responsabilità del governo Netanyahu negli errori che precedettero il massacro del 7 ottobre.
Il governo, nel frattempo, non si limita alla gestione militare dell’emergenza: Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno formalmente incaricato l’IDF di accelerare la legalizzazione delle fattorie e degli avamposti esistenti in Cisgiordania e di autorizzarne di nuovi, proprio a seguito degli scontri di Nablus. Un dettaglio che rovescia la narrazione ufficiale della difesa emergenziale: mentre si dichiara di reagire alla violenza, si utilizza contestualmente la stessa violenza come pretesto amministrativo per espandere l’insediamento coloniale sul terreno conteso.
Coloni come avanguardia, esercito come chiusura del cerchio
Le cronache di Haaretz relative al mese di giugno restituiscono un quadro difficilmente interpretabile come episodico: decine di coloni hanno devastato sistematicamente villaggi come Burqa, Jalud, Sinjil ed Ein ad-Duyuk — quest’ultimo formalmente sotto il controllo dell’Autorità Palestinese — incendiando uliveti, vandalizzando abitazioni, tagliando cavi elettrici e aggredendo residenti, salvo poi attribuire retrospettivamente alcuni degli incendi agli stessi palestinesi.
Il giornalista Matan Golan documenta episodi specifici: incendi dolosi a Burqa vicino Ramallah, lanci di pietre contro i residenti, almeno un ferito accertato. Il copione che emerge da queste testimonianze è ricorrente e strutturalmente identico: provocazione dei coloni, reazione palestinese, intervento dei soldati israeliani a “ripristinare l’ordine” — che nella pratica si traduce in arresti di massa tra la popolazione palestinese, come i dieci fermati a Burqa dopo l’irruzione militare.
Definire questa sequenza un semplice ciclo di violenza intercomunitaria significherebbe ignorare la sua funzione strategica esplicita, già sancita dalle stesse dichiarazioni ufficiali del governo israeliano sulla legalizzazione accelerata degli avamposti. I coloni operano, di fatto, come avanguardia informale di un progetto di espansione territoriale che l’esercito regolare interviene poi a consolidare e proteggere, in un meccanismo che consente al governo di presentare come reattiva un’operazione pianificata con largo anticipo.
Il blocco totale imposto su Nablus, il coprifuoco, l’assalto all’ospedale cittadino non sono la gestione di un’emergenza isolata: sono, con ogni evidenza documentale disponibile, le prove generali di un’operazione di riconfigurazione territoriale della Cisgiordania che l’urgenza elettorale di Netanyahu rischia di trasformare, nelle prossime settimane, da ipotesi analitica a fatto compiuto.

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