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Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani

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I colpi di Stato non sono deviazioni, ma strumenti strutturali della politica estera USA. Dall’Ucraina a Panama, il cambio di regime è il metodo dell’egemonia indiretta. La guerra attuale nasce anche da qui, tra propaganda, russofobia e negazione dei fatti.

Il golpe come politica estera: l’impero che non ama sporcarsi le mani

L’idea che gli Stati Uniti abbiano esercitato la propria egemonia prevalentemente attraverso il cambio di regime altrui non è una tesi marginale né una provocazione da pamphlet. È, al contrario, una costante storica della politica estera americana, che affonda le radici nella natura stessa del modello statunitense: una democrazia formale perfettamente compatibile con l’espansione del capitalismo globale, purché questa avvenga per delega, attraverso Stati subordinati, docili o ricondotti all’ordine.

Non dominio diretto, dunque, ma controllo strutturale. Non colonie classiche, bensì periferie integrate, formalmente sovrane ma sostanzialmente eterodirette. Il colpo di Stato, in questo schema, non è un’eccezione: è uno strumento ordinario.

Non esiste una contabilità unanimemente condivisa dei golpe sponsorizzati o sostenuti da Washington. Tuttavia, diversi studi storici parlano di oltre 180 tentativi di cambio di regime dal 1945 a oggi, tra operazioni riuscite, fallite o solo parzialmente realizzate.

Un numero che non stupisce, se si considera che l’espansione territoriale stessa degli Stati Uniti è avvenuta, in più casi, attraverso manovre che oggi definiremmo senza esitazione “golpiste”.

Le Hawaii non entrarono nell’Unione per idilliaca adesione democratica: una monarchia indipendente venne rovesciata con l’appoggio degli interessi economici americani. Panama nacque come Stato grazie a una secessione pilotata dalla Colombia, funzionale alla costruzione del Canale. La genealogia dell’impero è tutto fuorché immacolata.

Golpe come metodo, non come incidente

Durante la Guerra fredda, e ancor più nel mondo unipolare post-1991, il cambio di regime è diventato una tecnica raffinata: finanziamenti selettivi, addestramento politico, sostegno mediatico, pressione economica, fino alla destabilizzazione aperta.

Ai “vecchi tempi”, portare alla luce queste operazioni costava vite umane: giornalisti, sindacalisti, oppositori scomodi. Molti casi restano ancora opachi; altri, come quello di Enrico Mattei, continuano a pesare come fantasmi irrisolti nella storia italiana.

Sul caso ucraino, invece, la documentazione abbonda. Le proteste di Maidan non furono un’esplosione spontanea di virtù democratica, ma l’esito di un lungo processo di interferenza politica ed economica. I flussi di finanziamento occidentali verso l’Ucraina, a partire dagli anni Novanta, sono stati ammessi dagli stessi protagonisti. La celebre conversazione telefonica di Victoria Nuland, in cui l’Unione Europea viene liquidata come intralcio troppo prudente, non è un’interpretazione: è un fatto.

Due giorni dopo Maidan, le strutture di sicurezza ucraine risultavano già integrate nel perimetro strategico NATO-USA. A quel punto, continuare a parlare di “rivoluzione democratica” senza menzionare il ruolo occidentale non è ingenuità: è negazione.

La russofobia come ideologia operativa

Il problema non è solo storico. È attuale. La guerra in corso è anche il risultato di quella sequenza di eventi, e la responsabilità principale dell’Occidente non può essere elusa con narrazioni moralistiche. Eppure, in Italia come altrove, persiste uno zoccolo duro di commentatori, politici e opinionisti che continua a negare l’evidenza, rifugiandosi in spiegazioni grottesche come la paura di riforme inesistenti, l’autodeterminazione evocata a geometria variabile.

La russofobia, in questo quadro, non è un sentimento spontaneo. È un’ideologia di guerra, inoculata sistematicamente attraverso i media, la semplificazione propagandistica, l’uso selettivo delle indignazioni. A ciò si aggiunge un elemento raramente discusso con onestà: la permeabilità delle élite occidentali – militari, di intelligence, mediatiche – a forme di influenza e corruzione esercitate senza particolare pudore.

Chiamare le cose con il loro nome non è estremismo, ma igiene intellettuale. Tradimento, quando è tale, va definito tradimento. Miseria politica, miseria. E l’ostinazione nel negare i fatti non merita indulgenza terminologica. Non è invettiva: è constatazione.

 

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