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L’AfD non fa paura per quanto è estrema, ma per quanto poco lo è davvero. Critica l’UE senza toccare gli interessi tedeschi, rifiuta il liberalismo sociale ma abbraccia quello economico. È una valvola di sfogo controllata che incanala la rabbia sociale verso bersagli deboli, lasciando intatto il sistema.
Il vero difetto dell’AfD? Non essere abbastanza radicale
Il 43,8% ottenuto dall’AfD in Sassonia-Anhalt, a un soffio dalla maggioranza assoluta in un Land classificato dai propri servizi di sicurezza come sede di estremismo di destra accertato, ha riacceso il consueto repertorio di indignazione a orologeria: fiaccolate, retorica marziale, insofferenza per le regole della democrazia liberale. Tutto vero, nulla di nuovo, e soprattutto nulla che i partiti che si dichiarano democratici non abbiano già normalizzato per proprio conto. La Germania che rifornisce Israele di armi per quasi un miliardo di euro mentre a Gaza si consuma un massacro sistematico non ha lezioni di moderazione da impartire a nessuno sul culto della forza. Il problema dell’AfD non è dunque quello che i suoi detrattori istituzionali continuano a ripetere in coro. Il problema è esattamente il contrario.
Una critica al sistema fatta apposta per non intaccarlo
L’AfD, come i suoi equivalenti sparsi per il continente, ha costruito il proprio consenso presentandosi come oppositrice di un ordine che sta trascinando l’Europa verso il tracollo economico e verso la guerra. Ma è un’opposizione calibrata con cura chirurgica per non disturbare gli interessi che contano davvero. Critica l’Unione Europea, certo, ma senza mai spingersi a smontare il meccanismo che tiene l’Europa meridionale in una condizione di subalternità strutturale, perché quel meccanismo, in fondo, conviene anche a Berlino e ai suoi elettori più arrabbiati.
Attacca il liberalismo quando si tratta di diritti civili, di famiglie non tradizionali, di minoranze, ma lo abbraccia senza esitazioni quando si tratta di mercati, di deregolamentazione, di libertà d’impresa. È una destra che rimpiange il mercantilismo dei tempi in cui la Germania poteva umiliare la Grecia a colpi di austerità e spread, ma pretende di goderne i vantaggi senza accettarne le conseguenze logiche, cioè la libera circolazione di merci e soprattutto di persone che quello stesso sistema economico richiede per funzionare.
Il risultato è un’ideologia a compartimenti stagni, capace di tenere insieme in modo del tutto incoerente la nostalgia per un capitalismo nazionale muscolare e l’ossessione identitaria per il confine chiuso. Vogliono la manodopera a basso costo che pulisce le case e i cantieri in cambio di un salario di sussistenza, ma pretendono che questa stessa manodopera resti invisibile, priva di diritti politici, pronta a sparire dalla scena quando smette di essere utile. Non è antiliberismo. È un liberismo con il filtro estetico dell’identità nazionale, pensato per rassicurare chi ha paura di perdere status senza mai chiedergli di rinunciare davvero a nulla del sistema che quello status glielo sta comunque erodendo.
Il vero mestiere di questi movimenti è fare da guardiani, non da rivoluzionari
Ecco perché parlare di radicalismo dell’AfD, o di Rassemblement National, o di Vox, o della destra italiana quando le conviene interpretare quella parte, è un errore analitico prima ancora che politico. Questi movimenti non sono l’avanguardia di una rivolta contro l’ordine neoliberale. Ne sono, semmai, il sistema immunitario. Intercettano una rabbia sociale reale, spesso legittima, generata da decenni di compressione salariale, precarizzazione e smantellamento dei servizi pubblici, e la incanalano verso bersagli comodi e a basso rischio per chi detiene davvero il potere economico: il migrante, il burocrate di Bruxelles, la minoranza di turno. Nel frattempo lasciano intatta l’architettura che produce quella rabbia, perché toccarla davvero significherebbe mettere in discussione la distribuzione della ricchezza, il potere delle imprese, la subordinazione del lavoro al capitale.
È un meccanismo perfetto, tanto più efficace quanto più riesce a spacciarsi per eversivo. Funziona perché offre l’illusione della rottura mantenendo intatta la continuità sostanziale: si cambia il nemico designato, non si tocca la struttura. Ed è proprio questa la ragione per cui la sinistra europea, quando si limita a rincorrere l’AfD sul terreno securitario o identitario per sottrarle consenso, sta giocando la partita più sbagliata possibile.
Non serve una destra meno radicale senza una sinistra realmente radicale. Serve una critica del presente che sia radicale per davvero, capace di nominare la disuguaglianza strutturale invece di accontentarsi di condannare i sintomi più rumorosi e più fotogenici del suo fallimento.

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