Gli svendipatria: indebitati e in guerra conto terzi

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BlackRock detiene quote in UniCredit, Intesa, Enel, Eni e oltre il 3% di Leonardo. L’Italia prenota 14,9 miliardi dal fondo UE SAFE per il riarmo, finanziando a debito proprio Leonardo. Il cerchio si chiude: profitti privati, debito pubblico.

Gli svendipatria

Il Ministero dell’Economia detiene il 30,2% di Leonardo, colosso pubblico della difesa e dell’aerospazio. A settembre 2024 il governo Meloni ha autorizzato BlackRock, tramite il meccanismo del golden power, a superare la soglia del 3% delle azioni della società — una correzione doverosa rispetto a chi continua a citare cifre più suggestive ma inesatte: non un terzo dell’azienda, ma una quota comunque sufficiente a garantire al colosso di Larry Fink un posto di riguardo tra gli azionisti di un gruppo strategico per la sicurezza nazionale.

Non è l’unica presenza di BlackRock nel sistema-Italia: il fondo, che gestisce oltre 10mila miliardi di dollari di asset a livello globale, possiede circa il 7% di UniCredit e il 5% di Intesa Sanpaolo, oltre a partecipazioni in Enel, Eni, Mediobanca, Ferrari, Banco BPM, Prysmian e Moncler. Un ventaglio che copre banche, energia, difesa e industria del lusso: difficile trovare un settore strategico italiano dove l’asset manager americano non abbia messo piede.

La domanda che vale la pena porsi non riguarda la legittimità formale di queste operazioni — tutte regolarmente autorizzate, tutte nel rispetto della normativa sul golden power — ma la direzione in cui scorrono i profitti generati da aziende che l’immaginario collettivo continua a considerare “italiane”. Quando un fondo d’investimento newyorchese detiene quote rilevanti in banche, reti energetiche e industria della difesa, i dividendi non si fermano a Roma: proseguono verso azionisti diffusi su scala globale, mentre allo Stato italiano restano imposte, dazi burocratici e la responsabilità politica di spiegare all’opinione pubblica perché la crescita del Pil non si traduce in salari o servizi migliori.

Un’economia ipotecata, tra finanza e manifattura che non c’è più

Chi analizza la struttura produttiva italiana con onestà intellettuale, senza scivolare nella retorica sovranista né in quella opposta dell’ottimismo a prescindere, si trova di fronte a un paradosso scomodo: il settore che continua a trainare l’economia è il turismo, comparto terziario per definizione, che genera occupazione stagionale, distorsioni sui prezzi immobiliari nei centri storici e la crescente colonizzazione delle piattaforme multinazionali di affitti brevi a scapito degli operatori locali.

Nel frattempo l’industria manifatturiera arretra, i settori innovativi restano appannaggio di poche eccellenze isolate, e quel poco che sopravvive nei comparti strategici è spesso partecipato — quando non controllato nella sostanza economica, pur restando pubblico nella forma giuridica — da capitali esteri in cerca di rendimento. Chiedere al governo un piano organico di politica industriale, in questo contesto, rischia di essere un esercizio vano: la politica industriale presuppone un’industria su cui esercitare sovranità decisionale, non semplicemente una lista di aziende quotate di cui lo Stato detiene azioni che generano dividendi per altri.

Il riarmo a debito, e il cerchio che si chiude su Leonardo

L’unico comparto industriale che mostra segnali di espansione concreta è quello della difesa, e non è un caso che la crescita passi attraverso l’indebitamento piuttosto che attraverso investimenti diretti dello Stato. Il 28 luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato che l’Italia ha “prenotato” 14,9 miliardi di euro dal fondo europeo SAFE (Security Action for Europe), lo strumento da 150 miliardi complessivi varato dall’Unione europea per finanziare, attraverso prestiti agevolati, gli investimenti militari degli Stati membri.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha precisato che si tratta di uno strumento di finanziamento della spesa già prevista a bilancio, non di risorse aggiuntive — un’alternativa, nelle sue parole, ai BOT e ai CCT tradizionali. Resta il fatto che si tratta pur sempre di debito, garantito dal bilancio dell’Unione europea, contratto per acquistare capacità militare.

A beneficiare di questi flussi sarà, tra le altre, proprio Leonardo, chiamata a rispondere alla domanda crescente di sistemi di difesa aerea e antimissile in un contesto internazionale sempre più instabile. E qui il cerchio si chiude con “coerenza” : lo Stato italiano si indebita attraverso un meccanismo europeo per finanziare l’azienda di cui è primo azionista, azienda in cui BlackRock — lo stesso fondo presente in banche, energia e telecomunicazioni italiane — detiene una quota che il governo Meloni ha personalmente autorizzato ad ampliare. Il debito pubblico cresce, l’industria bellica ne beneficia, e una fetta di quei profitti futuri prenderà comunque la strada di Wall Street. Chiamarla sovranità nazionale richiede un notevole sforzo di fantasia semantica.

Non spettatori, ma nemmeno protagonisti dichiarati

Il discorso sulla svendita finanziaria del paese non si esaurisce nei bilanci di BlackRock o nei prestiti del fondo SAFE: ha un corrispettivo speculare sul piano militare, dove la stessa logica di dipendenza formale-ma-non-sostanziale si ripete quasi identica. Se lo Stato resta azionista di maggioranza di Leonardo pur cedendo margini decisionali crescenti al capitale privato estero, allo stesso modo il governo rivendica pubblicamente la propria estraneità ai conflitti in corso mentre le infrastrutture militari sul territorio nazionale continuano a funzionare come ingranaggi della macchina bellica altrui. È la stessa sovranità di facciata, applicata a un dominio diverso.

Il giornalista d’inchiesta Antonio Mazzeo ha documentato, tramite dati Flight Radar, che poche ore prima dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran del 28 febbraio un velivolo da pattugliamento P-8 Poseidon della US Navy sarebbe decollato dalla base di Sigonella per individuare obiettivi e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri — mentre il governo ribadiva pubblicamente di non essere coinvolto e di non essere stato nemmeno informato.

Il sistema satellitare MUOS di Niscemi, secondo le stesse fonti, gestisce comunicazioni operative che sostengono droni impegnati anche in Ucraina, Libano e Gaza. Crosetto ha sempre risposto che “valgono i trattati”: una formula che lascia intatta la sostanza del problema — un Paese che si dichiara non belligerante, ma le cui infrastrutture restano, di fatto, parte della catena operativa altrui.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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