USA e Arabia Saudita bombardano l’Iraq, Teheran risponde: la guerra regionale senza confini

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USA e Arabia Saudita colpiscono basi di Hashd al-Shaabi in Iraq, esplosioni fino a Baghdad. L’Iran risponde con un missile contro una base USA in Giordania, intercettato secondo Washington: primo attacco dopo la tregua annunciata il 24 luglio.

Iraq colpito, Giordania bersagliata: la guerra regionale non risparmia nessuno

Aerei statunitensi e sauditi hanno colpito installazioni riconducibili ad Hashd al-Shaabi, la coalizione paramilitare irachena storicamente vicina a Teheran, con esplosioni segnalate in almeno due città e udite, secondo fonti locali, anche a Baghdad. Poche ore dopo i pasdaran iraniani hanno risposto lanciando un missile contro una base statunitense in Giordania, vettore che Washington sostiene di aver intercettato prima dell’impatto.

In appena una giornata, tre paesi che fino a poco tempo fa restavano ai margini del conflitto diretto — Iraq, Giordania e, indirettamente, l’Arabia Saudita come attore offensivo — si sono ritrovati teatro o bersaglio di operazioni militari che fino a questo punto la propaganda ufficiale continuava a definire “contenute” o “mirate”. Il lessico rassicurante della guerra chirurgica, ancora una volta, si scontra con la geografia reale delle bombe.

Il dato che merita più attenzione di quanta gliene sia stata concessa nelle prime ricostruzioni riguarda il ruolo saudita. Non si tratta di un episodio isolato: è la seconda volta dall’inizio del conflitto che Riyad prende di mira apertamente un alleato di Teheran, ma è la prima in cui lo fa fuori dai confini della Penisola Arabica.

Il salto qualitativo è tutt’altro che marginale — un conto è che l’Arabia Saudita regoli i conti con le milizie filo-iraniane nel proprio cortile di casa, altro è che proietti forza militare in territorio iracheno, spazio storicamente conteso tra sfere d’influenza saudita, iraniana e statunitense, dove ogni intervento esterno rischia di riaccendere equilibri già fragilissimi dai tempi dell’occupazione americana del 2003.

Un missile che smentisce la tregua annunciata

Sul fronte iraniano, il dettaglio che rende l’episodio politicamente più significativo del semplice scambio di colpi è la tempistica: si tratta del primo attacco missilistico di Teheran dall’annuncio, il 24 luglio, della sospensione dei bombardamenti statunitensi. Una sospensione che, evidentemente, non è stata letta a Teheran come un segnale di de-escalation reciproca, ma al più come una pausa tattica da sfruttare per rispondere a un’aggressione che colpisce un proprio alleato regionale.

Gli Stati Uniti rivendicano di aver intercettato il missile prima che raggiungesse la base in Giordania — versione che, come sempre in questi frangenti, andrebbe verificata con maggiore cautela di quanta i comunicati ufficiali lascino trasparire, dato l’interesse evidente di ogni parte a minimizzare pubblicamente l’efficacia degli attacchi subiti.

Chi in Iraq continua a subire le conseguenze di equilibri geopolitici decisi altrove — a Washington, a Riyad, a Teheran — avrà ben poche remore a considerare l’ennesimo bombardamento “mirato” come l’ennesima dimostrazione che l’indipendenza nazionale, in questa fase, resta più una formula diplomatica che una condizione reale.

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