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L’Europa secolarizzata legge la guerra con categorie materialiste, mentre gli Stati Uniti restano attraversati dal loro eccezionalismo quasi messianico. Ma la morte della guida religiosa iraniana Khamenei può diventare martirio e mobilitazione simbolica. Quando l’Occidente affronta chi vede la vita come mezzo e non come fine, rischia di non capire il conflitto.
L’Occidente secolarizzato e l’errore fatale: non capire il nemico*
C’è un equivoco culturale che attraversa il modo in cui l’Europa interpreta le guerre contemporanee. Un equivoco profondo, quasi antropologico. Nel continente che per secoli ha costruito cattedrali e metafisiche, la religione è ormai diventata un fatto privato o una curiosità folkloristica. La secolarizzazione europea non è solo un processo sociale: è una trasformazione mentale. Il mondo è stato progressivamente ridotto a materia, interesse, sicurezza e consumo.
Questo sguardo, oggi dominante nelle élite europee, viene spesso proiettato sull’intero Occidente. Ma si tratta di un errore. Gli Stati Uniti, pur nella loro modernità tecnologica e finanziaria, restano un Paese attraversato da una potente dimensione religiosa e messianica. L’idea di essere una “nazione eletta”, chiamata a guidare il mondo, continua a permeare la cultura politica americana. L’eccezionalismo statunitense non è una semplice dottrina geopolitica: è una forma secolarizzata di teologia civile.
Gli europei, invece, si muovono ormai dentro un orizzonte molto diverso. Qui la religione è stata sostituita dal linguaggio dei diritti individuali e del benessere materiale. Non si tratta di un giudizio morale, ma di una constatazione storica: la vita è diventata l’orizzonte ultimo e non il mezzo per qualcos’altro. Sopravvivere più a lungo, vivere meglio, consumare di più. Questo è il nuovo telos delle società occidentali. Il problema nasce quando questo schema viene applicato a contesti culturali completamente diversi.
La morte di Khamenei e l’idea del martirio
L’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei è stata letta in gran parte del dibattito occidentale come un semplice fatto politico: la neutralizzazione di un leader. Nella strategia della propaganda, un “despota”, un “sanguinario”. Una variabile strategica dentro una guerra regionale.
Ma per una parte consistente della società iraniana, la figura di Khamenei non era soltanto quella di un capo politico. Era anche una guida religiosa. Un’autorità spirituale inserita in una tradizione sciita che attribuisce al martirio un valore centrale.
Non è necessario condividere quella visione del mondo per riconoscerne la forza sociale. La storia dell’Iran, dalla rivoluzione del 1979 fino alle tensioni più recenti, è segnata da una dimensione religiosa che non può essere ridotta a propaganda di regime.
Quando un leader di questo tipo viene ucciso, l’effetto non è automaticamente la disgregazione del sistema che rappresentava. Può accadere l’opposto: la sua morte diventa simbolo, mobilitazione, memoria collettiva. Anche chi contestava il potere politico di Khamenei può percepirne l’eliminazione come un’umiliazione nazionale o religiosa.
È qui che l’Occidente mostra tutta la sua difficoltà interpretativa.
Il nichilismo dell’esistenza ridotta al solo dato biologico
La cultura politica dell’Occidente contemporaneo si fonda su un presupposto quasi mai dichiarato, ma profondamente radicato: la sopravvivenza individuale costituisce il valore supremo e indiscutibile. L’essere umano è progressivamente definito a partire dalla sua dimensione biologica e materiale; il corpo diventa il centro dell’esperienza e il parametro attraverso cui si misura ogni scelta politica e sociale.
Tutto ciò che non riguarda direttamente la conservazione dell’esistenza – religione, comunità, ideologia, trascendenza – viene percepito come accessorio, secondario o addirittura sospetto.
Questo paradigma ha generato risultati notevoli: la tutela dei diritti individuali, l’allungamento dell’aspettativa di vita, sistemi sanitari avanzati e una cultura della sicurezza che ha ridotto drasticamente la tolleranza verso la violenza politica. Sarebbe ingenuo negarne i benefici.
Tuttavia, questa stessa impostazione ha prodotto anche una forma di miopia culturale che emerge con particolare evidenza quando l’Occidente si confronta con società che non condividono lo stesso orizzonte antropologico.
Quando si affronta un avversario per il quale l’esistenza biologica non rappresenta il fine ultimo ma uno strumento, le categorie analitiche occidentali si rivelano spesso insufficienti.
In molte tradizioni religiose e politiche del Medio Oriente – in particolare nello sciismo – la vita può essere concepita come un passaggio, un mezzo attraverso cui perseguire valori percepiti come superiori: la giustizia divina, la difesa della comunità, la fedeltà alla fede o a un ideale collettivo.
Questo schema simbolico non nasce oggi. Affonda le sue radici in uno degli eventi fondativi dell’identità sciita: la battaglia di Karbala nel 680 d.C., quando l’imam Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto, affrontò con pochi seguaci l’esercito omayyade pur sapendo di andare incontro alla morte. In quella tradizione, la sconfitta militare non cancellò il significato dell’evento; al contrario, lo trasformò nel paradigma stesso del sacrificio per la giustizia. Ancora oggi il ricordo di Karbala alimenta rituali, commemorazioni e un immaginario politico in cui il martirio non è tragedia sterile ma testimonianza.
Nel corso della storia contemporanea del Medio Oriente questo paradigma è riemerso più volte. Durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), ad esempio, la Repubblica islamica mobilitò il linguaggio del sacrificio religioso per sostenere la resistenza nazionale contro l’invasione di Saddam Hussein. Giovani volontari delle milizie Basij parteciparono al conflitto convinti di difendere non soltanto il territorio ma la rivoluzione stessa, interpretata come missione spirituale e politica insieme. Anche chi oggi critica quell’epoca riconosce che la retorica del martirio ebbe un impatto reale sulla capacità di mobilitazione della società iraniana.
Un altro esempio si trova nella storia recente del Libano. Hezbollah, nato negli anni Ottanta durante l’occupazione israeliana del sud del paese, ha costruito gran parte della propria legittimità simbolica proprio sull’idea del sacrificio per la difesa della comunità sciita e del territorio libanese. Le commemorazioni dei combattenti caduti non sono semplici rituali di lutto: diventano narrazioni collettive che alimentano identità politica e solidarietà sociale.
In un universo simbolico di questo tipo, la morte non coincide necessariamente con la sconfitta. Può diventare continuità, memoria, legittimazione. Il martire non è soltanto qualcuno che perde la vita: è qualcuno la cui morte viene interpretata come testimonianza morale e come fonte di coesione per chi rimane.
Questo non significa, naturalmente, che l’intera società iraniana o libanese sia disposta a morire per la causa politica del momento. Le società mediorientali sono pluralistiche, attraversate da tensioni e dissensi come qualsiasi altra. Significa però che all’interno di queste società esistono categorie culturali che attribuiscono al sacrificio un significato profondamente diverso da quello dominante nelle società occidentali.
L’illusione della guerra “chirurgica”
Quando un sistema politico si appoggia – anche solo parzialmente – su questo immaginario simbolico, l’eliminazione fisica dei suoi leader non produce necessariamente il risultato previsto dalle dottrine militari occidentali. La cosiddetta “decapitazione strategica”, ossia la neutralizzazione dei vertici di un movimento o di uno Stato, presuppone che la struttura politica dipenda esclusivamente dalla leadership e che la popolazione reagisca secondo logiche di puro interesse materiale.
Ma quando l’autorità è intrecciata con elementi religiosi, storici e identitari, la dinamica può rovesciarsi. La morte di Khamenei rischia quindi di produrre un effetto opposto a quello immaginato da chi ha sostenuto l’operazione: rafforzare la dimensione simbolica della resistenza iraniana.
Una civiltà che ha progressivamente ridotto l’esistenza alla dimensione materiale fatica a comprendere società nelle quali la vita può essere interpretata come strumento di una finalità superiore. E quando non si comprendono le motivazioni profonde dell’avversario, la guerra smette di essere una strategia razionale e diventa un conflitto destinato a prolungarsi oltre ogni previsione.

* Grazie a Claudia Candeloro per una sua riflessione che ha dato lo spunto per l’articolo.
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