L’Europa dei muri: compatta solo contro i più deboli

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Italia e Danimarca guidano una lettera firmata da 22 governi UE sulla crisi di Ceuta, con via libera immediato di von der Leyen. Spagna e Francia assenti, Sánchez parla di reazione “asimmetrica”. La stessa rapidità manca su Gaza e Iran.

La lettera dei 22, e l’Europa che si scopre compatta solo quando si tratta di respingere

Nella crisi migratoria di Ceuta, esplosa nei giorni scorsi con l’ingresso di decine di migliaia di persone nell’exclave spagnola, l’Unione europea ha trovato in poche ore quella compattezza che le manca sistematicamente su quasi ogni altro dossier. Italia e Danimarca hanno promosso una lettera ai vertici comunitari, indirizzata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al premier irlandese di turno Micheál Martin, chiedendo la convocazione urgente di una videoconferenza straordinaria dei ministri dell’Interno.

Il documento è stato sottoscritto da 22 capi di Stato e di governo — tra cui Germania, Ungheria, Polonia e la stessa Danimarca guidata da una maggioranza socialdemocratica — con la significativa assenza di Spagna e Francia. Von der Leyen ha accolto la richiesta con entusiasmo pressoché immediato, fissando il vertice per martedì e affidando ai social il consueto endorsement sulla necessità di “controllare le nostre frontiere”. Difficile trovare, negli ultimi anni, un esempio più nitido di quanto velocemente Bruxelles sappia mobilitarsi quando il tema è respingere piuttosto che accogliere.

Pedro Sánchez, dal canto suo, ha reagito con una lettera propria, definendo “dettata da ignoranza o interessi politici” la sospensione unilaterale di Schengen decisa dall’Italia nei confronti della Spagna, e rivendicando che Madrid ha già rimpatriato la quasi totalità degli arrivi irregolari senza alcun bisogno di misure emergenziali imposte da fuori.

Il premier spagnolo ha inoltre fatto notare, non senza una punta di amarezza istituzionale, che la reazione dei Ventisette è stata “piuttosto asimmetrica”: ventidue governi pronti a firmare in poche ore un documento di allarme securitario, e zero governi disposti a mostrare la stessa prontezza quando, nella tarda primavera del 2017, fu proprio l’Italia a chiedere aiuto all’Unione per l’arrivo di diecimila migranti in pochi giorni. All’epoca la risposta fu picche, e persino Emmanuel Macron — che con l’allora premier Paolo Gentiloni intratteneva un rapporto tutt’altro che ostile — scelse di non muovere un dito.

Un’Unione che trova unanimità solo contro i più deboli

Il paradosso non è casuale, ed è precisamente ciò che rende la vicenda di Ceuta un caso di scuola più che un episodio isolato. L’Unione europea, incapace da anni di esprimere una qualsiasi forma di progresso condiviso su fisco, redistribuzione o politica industriale comune, trova invece una sintonia sorprendente ogni volta che il tema sul tavolo riguarda il rafforzamento dei confini esterni e il contrasto all’immigrazione irregolare. Ventidue governi, di orientamento politico anche molto diverso tra loro — dalla destra sovranista polacca alla socialdemocrazia danese — hanno trovato in poche ore un linguaggio comune, mentre su qualunque proposta di redistribuzione economica o di politica estera autonoma rispetto a Washington il meccanismo del veto incrociato blocca tutto sistematicamente.

Non è un’anomalia dell’architettura istituzionale europea: è la sua logica di fondo che si manifesta con chiarezza. Un’Unione fondata su principi economici che collocano il profitto al centro di ogni scelta trova naturale, quasi automatico, ricompattarsi attorno alla difesa dei confini e alla gestione poliziesca dei flussi migratori, perché è esattamente lì che l’interesse dei singoli Stati membri smette di essere conflittuale e diventa convergente.

Il vero collante non è la solidarietà, è la paura condivisa

Chi continua a leggere nella crisi di Ceuta un episodio di emergenza gestionale, isolato dal contesto geopolitico più ampio in cui l’Occidente si muove in questi mesi — tra sostegno acritico alle operazioni militari in Medio Oriente e allineamento quasi automatico alle priorità dettate da Washington — rischia di perdere il filo del discorso.

La rapidità con cui ventidue governi europei si sono trovati d’accordo su un linguaggio di sicurezza e contenimento, proprio mentre framework internazionali ben più rilevanti — dal genocidio in corso a Gaza al conflitto Iran-Israele — restano avvolti in ambiguità diplomatiche e distinguo procedurali, dice molto su dove risieda davvero il baricentro politico dell’Unione.

La solidarietà europea, quella evocata nei grandi proclami di Bruxelles, si materializza con straordinaria efficienza quando si tratta di respingere chi arriva dal Sud del mondo; si dissolve, con altrettanta puntualità, quando servirebbe per contrastare posizioni sempre più allineate agli interessi di Washington e Tel Aviv. Non è un tradimento dei valori fondativi dell’Unione: è, semplicemente, la loro applicazione più coerente.

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