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Trump firma nuove sanzioni contro Russia e Iran mentre il Medio Oriente rischia l’escalation: Houthi al controllo di Bab el-Mandeb, Iran minaccia le basi USA, Bin Salman chiede a Trump un attacco che lui per ora rifiuta. Sauditi con pochi intercettori, Houthi con oltre mille missili.
Il Congresso vara nuove sanzioni contro Russia e Iran mentre il Medio Oriente rischia l’esplosione
Donald Trump ha firmato il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, la legge approvata dal Senato l’11 agosto con 86 voti favorevoli e dalla Camera il 16 settembre con 262 sì, che autorizza dazi fino al 100% sui principali importatori di petrolio e gas russo, colpisce la cosiddetta flotta ombra di petroliere usata per aggirare le sanzioni ed estende per altri cinque anni le misure punitive contro Teheran.
La legge, intitolata al senatore repubblicano scomparso lo scorso luglio, arriva mentre il quadro mediorientale precipita a una velocità che rende quasi grottesco l’ottimismo con cui viene presentata a Washington come strumento di pressione risolutivo.
Ieri l’Iran ha lanciato un avvertimento pubblico contro Stati Uniti e alleati, dichiarando di possedere informazioni su un attacco imminente in preparazione, mentre il dipartimento di Stato americano ha diffuso un’allerta di sicurezza ai propri cittadini nella regione, definendo il conflitto tra Arabia Saudita e lo Yemen di Ansarallah a rischio di «rapida escalation». Le milizie “Houthi”, dopo un’offensiva durata una settimana che ha causato centinaia di vittime, hanno conquistato l’intero versante yemenita dello Stretto di Bab el-Mandeb, incluse le isole di Mayyun e Hanish Maggiore e Minore, oltre alla città portuale di Mokha e all’isola di Perim, posizionandosi in grado di condizionare il traffico marittimo tra Mar Rosso e Golfo di Aden.
Secondo quanto riportato da CNBC, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Trump chiedendo direttamente un intervento militare americano contro gli Houthi, richiesta che il presidente statunitense ha per ora respinto, dichiarando di non voler allargare il coinvolgimento regionale degli Stati Uniti.
Trump ha però aggiunto di essere in contatto con gli Houthi, sostenendo che «non vogliono combattere» con Washington, mentre Teheran ha replicato minacciando di colpire tutte le basi americane nella regione in caso di nuova aggressione. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha precisato che l’Italia «non è in conflitto con gli Houthi», ribadendo la natura difensiva della missione europea Aspides, mentre la fregata Bergamini ha scortato nei giorni scorsi il primo mercantile italiano attraverso lo stretto conteso.
Un deterrente che nessuno sa più come far funzionare
Il problema di fondo, che la retorica ufficiale di Washington preferisce non affrontare apertamente, è che la strategia di deterrenza contro gli Houthi poggia su un calcolo militare sempre più difficile da sostenere. L’Arabia Saudita dispone, secondo le stime più prudenti circolate tra gli analisti regionali, di non più di quattrocento-seicento intercettori Patriot disponibili, mentre l’arsenale yemenita, secondo ricostruzioni risalenti già a luglio, comprenderebbe tra i mille e i millecinquecento missili di sette modelli diversi, inclusi vettori balistici e da crociera.
La sproporzione numerica racconta da sola perché un eventuale bombardamento americano dello Yemen, lungi dal risolvere la crisi, rischierebbe di condannare l’industria petrolifera saudita a un’esposizione difensiva insostenibile, con conseguenze dirette sui prezzi globali del greggio in un momento in cui le raffinerie del Golfo sono già danneggiate dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe e da precedenti colpi non ancora riparati.
Le sanzioni come ultima risorsa di una potenza senza più leve credibili
La legge Graham, dunque, va letta più come sintomo che come soluzione. Washington continua a rispondere alle crisi geopolitiche con lo strumento che meglio conosce, la coercizione economica attraverso sanzioni secondarie e dazi punitivi, proprio nel momento in cui questo strumento mostra i propri limiti strutturali più evidenti: la Russia continua a vendere energia attraverso reti di elusione sempre più sofisticate, l’Iran ha già dimostrato di saper convivere con sanzioni ben più severe per decenni, e la stessa amministrazione Trump si trova ora priva di opzioni militari praticabili in Medio Oriente che non comportino il rischio concreto di una distruzione su vasta scala dell’infrastruttura energetica saudita.
La domanda che nessuno a Washington sembra voler porre pubblicamente è la più semplice: se la coercizione economica non basta a fermare Mosca e la deterrenza militare non basta a contenere Teheran e i suoi alleati sciiti, quale altra carta resta davvero da giocare, oltre all’escalation stessa che si dichiara di voler evitare?
Nel frattempo, mentre Trump valuta se e quando colpire l’Iran, come ha dichiarato lui stesso, l’unica certezza tangibile per l’Italia resta una fregata della Marina Militare ferma a Gibuti, pronta a scortare mercantili in un tratto di mare che ogni settimana diventa più pericoloso.

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