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L’idea di produrre missili Patriot in Ucraina viene presentata come svolta strategica, ma tempi industriali, vulnerabilità delle fabbriche e fabbisogno reale rendono il progetto soprattutto un segnale politico. Sullo sfondo cresce il rischio di escalation tra Russia, NATO ed Europa.
Patriot made in Ukraine: la fabbrica fantasma che rischia di trascinare l’Europa nella guerra
È arrivato, finalmente, il colpo di genio strategico che ribalterà le sorti del conflitto: in questa torrida estate del 2026 Donald Trump ha annunciato, con la sua consueta modestia, che gli Stati Uniti concederanno all’Ucraina la licenza per produrre missili Patriot. E poi ha cambiato idea, e poi l’ha ricambiata e poi non lo so e quindi l’articolo lo scrivo lo stesso.
Torniamo a noi: Zelensky ha subito risposto che entro fine anno avranno la “capacità tecnica”. Il Pentagono, più realista, ha ammesso che il processo è “appena iniziato”. In traduzione dal burocratese: non hanno la più pallida idea di come fare, ma l’annuncio è stato bello. E qui inizia il grottesco, perché produrre un Patriot non è come montare uno scooter. Non è nemmeno come costruire una Ferrari. È come orchestrare un concerto sinfonico con quattrocento musicisti, ciascuno dei quali vive in un paese diverso, parla una lingua diversa, e alcuni lavorano in fabbriche che i russi hanno già messo in lista per il prossimo turno di bombardamenti.
I numeri, quelli scomodi che nessuno legge nei comunicati stampa, dicono che un singolo missile PAC-3 ha circa quattrocento subfornitori. Il ciclo produttivo è di ventiquattro mesi. Per avviare una linea di montaggio in Ucraina, se tutto va bene, se non piove, se non arriva un Kalibr sul tetto, serviranno dai due ai sei anni. Stime ottimistiche: due o tre anni. Stime realistiche: sei. Nel frattempo, la guerra potrebbe essere finita, ricominciata, finita di nuovo, e l’Ucraina potrebbe aver cambiato quattro governi. Ma il vero capolavoro di assurdità sta nei confronti.
Il Giappone, che non è sotto le bombe, che ha Mitsubishi Heavy Industries, che ha tecnologia avanzata e che non deve preoccuparsi di black-out e raid aerei, produce circa trenta PAC-3 all’anno. Trenta. Con la capacità teorica di arrivare a sessanta, se Boeing gli manda i seeker in tempo. L’Ucraina, secondo gli esperti più fantasiosi, tipo Nathalie Tocci o Cerasa, potrebbe produrne due o trecento all’anno. L’Ucraina ne ha bisogno di duemila. All’anno. Ogni anno.
Il grottesco diventa surreale
Durante il recente conflitto con l’Iran, le forze della coalizione hanno sparato 1.700 Patriot in poco più di un mese. In un mese. Hanno bruciato quasi tre anni di produzione mondiale come fossero stuzzicadenti. Se l’Ucraina dovesse affrontare un’escalation simile, i suoi 200-300 missili fatti in casa quanto durerebbero? Due settimane? Forse tre, se i russi decidono di fare pausa pranzo.
Allora perché farlo? Perché annunciare con tanto clamore una fabbrica di missili che non esiste, in un Paese che esiste a malapena, per produrre armi che non basterebbero nemmeno a difendere un quartiere di Kyiv?
La risposta è politica, ovviamente. È un segnale. Un investimento a lungo termine. Una promessa di autonomia futura. Peccato che il futuro, in Ucraina, è un concetto molto elastico.
Ma c’è un altro problema, quello che rende l’intera faccenda tragicomica: dove si mette questa fabbrica?
In Ucraina? Sarebbe il bersaglio numero uno dei russi. Un consulente dell’Università di Amburgo ha detto la verità che nessuno vuole sentire: “Sarà un obiettivo prioritario per i russi non appena lo trovano”. E i russi, si sa, trovano le cose. Trovano depositi, centrali elettriche, fabbriche di droni americane. Hanno già colpito la Flex con 600 operai dentro e la Terminal Autonomy a Kyiv. Un impianto Patriot durerebbe quanto un ghiacciolo all’equatore.
Allora in Germania? Qui il grottesco si trasforma in thriller geopolitico. Perché se la Russia colpisse una fabbrica di Patriot in Germania, che produce armi usate in tempo reale per uccidere soldati russi, la NATO dovrebbe scattare in difesa. Articolo 5. Guerra collettiva. Tutti per uno, uno per tutti.
Peccato che l’Articolo 5 sia un capolavoro di ambiguità legale. Non obbliga nessuno a sparare. Obbliga ogni alleato a fare “tali azioni come essa riterrà necessarie”. Traduzione: puoi mandare un fax di solidarietà e dire di aver fatto la tua parte. Immaginate un premier europeo, italiano, francese, spagnolo, che va in televisione a spiegare ai cittadini che domani i loro figli partono per Mosca perché i russi hanno colpito a Norimberga un capannone che faceva missili per gli ucraini. Politicamente è un suicidio. E i russi lo sanno. Ma c’è di più.
In Russia non tutti sono convinti che bisogna aspettare. C’è una fazione, rappresentata da figure come Sergei Karaganov, consigliere di Putin e architetto di dottrine nucleari, che spinge apertamente per colpire l’Europa con armi nucleari tattiche. Karaganov ha scritto che la Russia dovrebbe lanciare “colpi nucleari limitati ma massicci” contro paesi NATO per “riportare alla ragione chi ha perso la testa”. Ha detto che gli Stati Uniti non risponderebbero. Che non rischierebbero New York per Francoforte, Poznań o Bucarest. E ha ripetuto queste cose al Forum Economico di San Pietroburgo, davanti a Putin, quattro volte. Ben quattro volte, per essere sicuro che Vladimir capisse bene?
Il Cremlino, per ora, ha scelto di non ascoltarlo. Ma la pressione cresce. E mentre i politici occidentali annunciano fabbriche di missili fantasma, i russi studiano dove colpire. Non con missili ipersonici su Londra, non ancora, ma con sabotaggi, incendi, cyberattacchi. Quelli che sanno, sempre Tocci e Cerasa ci raccontano che, i russi, hanno già bruciato la Diehl in Germania, fatto esplodere un sito BAE Systems in Galles, pianificato di uccidere il CEO di Rheinmetall, che detto tra noi pochi in Germania piangerebbero. La NATO ha definito il livello di minacce “ai massimi storici”. Chissà come mai?
E nel mezzo di tutto questo, il Regno Unito, il più aggressivo dei sostenitori europei, continua a spingere verso lo scontro frontale. Ha inviato oltre cento operatori delle forze speciali in Ucraina. Ha fornito i missili Storm Shadow usati per colpire il territorio russo. Ha aiutato con intelligence a guidare i droni ucraini oltre il confine. Il Cremlino ha convocato gli ambasciatori britannici e ha detto chiaramente: quei missili “sarebbero stati impossibili senza specialisti britannici”. Come dargli torto?
Questa è una guerra proxy. Gli Stati Uniti e una parte della NATO combattono la Russia usando l’Ucraina come braccio armato. Non dichiarano guerra, non mandano divisioni, ma armano, addestrano, guidano, finanziano. E ora, qualcuno, vorrebbe far produrre all’Ucraina le armi che le servirebbero, come se fosse una questione di licenza commerciale, non di sopravvivenza nazionale. In realtà è anche un problema di licenza commerciale…
Il grottesco è l’idea che una guerra si possa vincere con gli annunci. Che basti dire “produrrete i Patriot” per trasformare un Paese devastato in un polo industriale missilistico. Che basti invocare l’Articolo 5 per rendere la Germania invulnerabile. Che basti ignorare Karaganov per farlo sparire. La fabbrica dei Patriot è un bel sogno. Peccato che i sogni, in tempo di guerra, durino meno dei missili.

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